La prima volta che ho sentito il richiamo di una moto non avevo ancora compreso cosa fosseil suo concetto.Non sapevo che un mezzo di metallo e gomme potesse entrare così in profondità nella mia vita, fino a diventare parte della mia identità. Ma oggi lo so, perché ho vissuto ogni curva e ogni chilometro come una possibilità di scoperta, dentro e fuori di me.Oggi so chi è Maxmoto
Prato, la città di molte cose
Sono nato aPrato, quando ancora il suo nome richiamava soprattutto il tessile e un’atmosfera di lavoro e comunità. Al tempo stesso si parlava di cultura popolare, di personaggi come Francesco Nuti o grandi atleti come Yuri Chechi e Paolo Rossi, come se ogni cittadino vedesse in loro un riflesso possibile.
E nella mente di un ragazzo curioso, ogni viaggio cominciava già nel dialogo mattutino con il mondo.
La mia storia non è fatta di medaglie, ma diesperienze vive, costruite con pazienza e desiderio di scoprire.
Il primo due ruote e la scoperta della velocità
A 15 anni iniziai a lavorare come elettricista, nella piccola azienda artigiana di un mio parente. Con i primi guadagni comprai il mio primo due ruote: unAprilia SR50. Nel tempo lo trasformai completamente, andando oltre ciò che diceva il libretto e codice della strada. Lo scooterino non correva solo sull’asfalto: correva nella mia mente, nel mio immaginario di libertà. I gruppi con le uscite assieme, la prima ragazzina seduta dietro, quelle estati a prendere un gelato seduti sulla sella, o gli inverni in direzione delle discoteche.
Poi arrivò la patente B, e con essa un’illusoria promessa di comodità. L’auto mi portò fuori città, ma fu propriola mancanza del vento addossoa farmi capire cosa davvero mi mancava.
La prima moto: la Honda CBF 600

Nel 2006, dopo 6 anni di scooter 125 e 400cc, in una concessionaria trovai quella che sarebbe diventata compagna dei primi tanti chilometri su una moto: unaHonda CBF 600. Era lì, come se aspettasse di essere scelta. Con quella moto feci i miei primi viaggi veri: strade alpine, passi montani, valichi illuminati dal sole del mattino. Un dicembre eravamo con altri due amici nelle dolomiti, Passo Manghen con laghetto ghiacciato, poca neve attorno, stranamente aperto. Ricordo la sensazione di silenzio assoluto: solo un leggero sibilo del vento e l’aria gelida sulla faccia. In quel silenzio ho capito che la moto non era solo un mezzo: era una porta verso la parte più vera di me.
Il desiderio di appartenenza, dai forum alla comunità reale
Nel primo decennio del nuovo millennio, la rete era diversa. C’eranoforum di motociclistidove si discuteva di gomme, meccanica, incontri, viaggi (non solo….). Tutti erano iscritti con soprannomi, pseudonimi. Io mi firmavo comeMaxmoto, e quei nickname divennero presto nomi reali, con incontri reali. Ricordo un’uscita in gruppo di una decina di moto, Con noi un motociclista veterano, con una BMW R80 del 1982. Filava sulle curve come un ragazzino incollato a sportive di quegli anni. Scendeva e con camminata incerta si muoveva tra noi e le moto. Racconti, ricordi: “Ricordo la prima volta che andai a vedere Giacomo Agostini”. Quello mi fece capire da quanti anni è legato alla moto. Eravamo tutti incuriositi da quella persona, da questo motociclista. Li fu una delle tante occasioni che esprimevano l’essenza deiMotociclisti, Strana Meravigliosa Gente.
L’evoluzione: la Yamaha FJR 1300
Dopo oltre 70.000km con la CBF, nel 2008 passai a unaYamaha FJR 1300, trovata da amici motociclisti a Roma. Con quella moto accumulai120.000 chilometri in due anni.
La ricordo durante un lungo viaggio in Sardegna, fermo su una scogliera al tramonto, con il mare che si rifletteva nel casco sollevato. C’ero io, il paesaggio, il rumore del mare e e i miei pensieri. E della Sardegna avrò modo di raccontare bene cosa mi lega a quei luoghi.

Poi nel 2012, un problema meccanico serio mi costrinse a fermarmi. Per quattro anni quella moto rimase lì, ferma in un officina a Prato, e con lei sembrò fermarsi anche il filo dei miei viaggi. Un guasto causato da un meccanico, per una manutenzione ordinaria, che si manifestò dopo qualche mese, anche se fin da subito sentivo che non era più la stessa appena la ritirai. Ma “sei tu che ti sei suggestionato, va benissimo!!”.
Il problema è che non si riusciva a capire come risolverlo, un cortocircuito che non si trovava e un dente saltato sulla catena di distribuzione. Un spesa che doveva essere ponderata. Ma nel 2016 trovai di nuovo la motivazione per riaccenderla, perché la sensazione di essere come un marinaio a terra che guardava il mare divenne insopportabile. E il legame con quella Freccia d’Argento era forte e non si meritava di finire cosi.
Un nuovo capitolo: BMW K1600GT
Nel 2022, con oltre 225.000 chilometri sulla FJR, decisi di fare un nuovo passo, di lasciarla ad altri destini. Da tempo puntavo a una moto che probabilmente è rara vederla in giro, come lo era anche vedere appunto la FJR.
Una 6 cilindri, possente e che per anni quei due scarichi mi avevano sempre attratto: scelsi unaBMW K1600GT.
Sei cilindri in linea, equilibrio perfetto, una moto costruita per viaggiare e sentire ogni aspetto della strada. Protettiva, visibile, accessoriata ma soprattutto corposa nella spinta, infinita nell’accellerazione, come un aereo che sta decollando.

Qui non si trattava più di velocità pura, ma diviaggio consapevole, di ascolto, di presenza mentale.
Mototerapia: non teoria, ma pratica di vita
La moto per me non è un passatempo stagionale.È terapia.
È un modo di riordinare i pensieri, di riconquistare equilibrio, di trovare presenza in ogni istante.
Quando giro la chiave di accensione e sento quel primo rumore, non sto solo partendo. Sto entrando in uno spazio mentale dove le preoccupazioni si ordinano, dove la strada costruisce un ritmo che mi guida dentro me stesso.
Negli ultimi anni ho visto cambiare la cultura delle moto:i forum si sono svuotati, i motoclub si trasformano e molti sono spariti o rimasti con i “veterani” del due ruote classico, che forse anche loro quel senso di glorioso passato lo custodiscono come una foto un po’ sbiadita.
Una volta l’unica velocità era sulle ruote. Finiva la tirata, spegnevi il motore, e tutto rallentava. A piedi si andava piano. Seduti a un tavolo si restava ore. Si parlava davvero, si organizzava un giro con calma, e il virtuale dei forum diventava reale: una stretta di mano, un caffè, una partenza insieme.
Oggi è il contrario. La moto magari va più piano, ma il resto corre. I social sono veloci, individualisti. “Social network” è rimasto un nome: la connessione c’è, la relazione molto meno. Tutto immediato, tutto condiviso, poco vissuto. Forse è anche per questo che continuo a scegliere la strada. Perché lì la velocità è ancora quella giusta: accelera quando serve, rallenta quando conta. E quando spegni il motore, il tempo torna umano.
Ecco perché ho deciso di tenere vivo questo blog e questa storia: perché lamototerapianon deve restare un concetto astratto, ma diventareesperienza condivisa, narrazione vissuta.
Conclusione
Non ho vinto mondiali, non ho trofei in vetrina. Ho vissuto strade, persone, riflessioni. Ho trovato nella moto non un oggetto, ma uno spazio per crescere.
E finché c’è strada davanti e vento addosso, la mia storia e la mia mototerapia continuerà.
