C’era un ragazzo, forse alla terza o quarta uscita in moto, rimasto staccato dal resto del gruppo. Eravamo in dieci quel giorno, la colonna si era allungata su una provinciale e poi, semplicemente, spezzata. Lui era rimasto indietro e io l’ho atteso e l’ho seguito fino all’arrivo. Come dico da sempre, la velocità è una scelta, quel giorno per lui non poteva essere un opzione da sfruttare, e neanche per me.
Alla sosta per pranzo gli ho parlato e mi ha appunto raccontato che non era da tanto che girava, aveva preso la patente da pochi mesi.. Alla ripartenza è passato lui dietro di me: ha seguito la mia traiettoria, il mio punto di frenata, la linea che tenevo in curva. Piano. Con un ritmo che non insegna la velocità ma insegna la percezione del mezzo.

“Tu non sai andare piano.” La frase che sento da anni
Ogni tanto qualcuno lo dice, in un modo o nell’altro. Di solito lo dice con un sorriso, come se fosse un complimento travestito da battuta, ma dentro penso sempre la stessa cosa:Non è chi va piano che ha paura. È chi non sa fare altro.
Perché tenere un ritmo alto, leggere una curva prima che arrivi, restare nella propria corsia mentre il resto del mondo taglia, gestire insieme frenata, traiettoria e imprevisto, tutto questo pretende controllo. E chi ha controllo, se vuole, sa anche rallentare dietro a una moto di un neofita, rallenta nei centri abitati che si susseguono nelle strade extraurbane.
Il contrario non è automatico. Puoi avere la patente da quarant’anni, puoi aver macinato quattrocentomila chilometri come ne ho macinati io, e non aver mai imparato davvero a guidare.
Il controllo si vede quando rallenti, non quando acceleri
Avevo scritto, tempo fa, che alla velocità, o meglio al correre, è preferibile lo scorrere. Perchè è un modo dove l’andamento che si adatta al traffico, all’asfalto, alla luce, all’umore della strada. È ancora vero, ma mancava un pezzo e me l’ha rimesso in mano proprio uno di quei momento dei primi km di un motociclista.
La velocità è una scelta. Il controllo è ciò che ti permette di farla in sicurezza.
Chi accelera senza saper gestire il mezzo non sta scegliendo niente: sta semplicemente lasciando che il gas decida per lui. Chi rallenta senza saper gestire il mezzo, allo stesso modo, sta solo avendo paura. Il vero motociclista è quello che, in entrambi i casi, ha ancora in mano la decisione.

La moto staffetta: il gioco di accelerare, rallentare, prevedere
Nei motoraduni non sono mai stato capogruppo ma sono stato, molte volte, moto staffetta. In uscite da venti, trenta moto, a volte di più, la staffetta funziona così: il capogruppo arriva a un incrocio e prosegue. Chi lo segue, la prima staffetta, si ferma lì e indirizza tutti quelli che arrivano dietro e indica la direzione. Quando arriva la seconda staffetta, la prima riparte e rientra in colonna. Poi arrivo la successiva e così fino all’ultimo, quello che chiude: quando passa lui, si chiama “scopa”, vuol dire che il gruppo è tutto lì, nessuno è rimasto indietro.
In mezzo, tra un punto e l’altro, è tutto un gioco di accelerare e rallentare.
Durante il giro il ritmo è entro i limiti di codice, e a volte quasi immobile, soprattutto in montagna quando si giunge ai tornanti, o in prossimità degli incroci. Nel contesto del ruolo bisogna tenere la colonna compatta, nessuno che superi, un andamento scorrevole ma controllato. Nel momento dello scambio tra moto staffette, nel momento di tornare al proprio punto in colonna, magari al centro del gruppo, è tutto un altro mestiere: riaccelerare, superare l’intera fila, spesso con auto o altri mezzi che arrivano in senso contrario, spesso in curva e quindi attendi il momento giusto per proseguire il sorpasso, sempre con la massima attenzione agli equipaggi che partecipano e a chi c’è in strada oltre noi. Quattro frecce accese, un colpo di clacson, una velocità che basta a superare senza restare esposto un secondo di più del necessario. Mai un rischio di troppo e sempre un occhio già sulla moto successiva da superare. Lì la velocità è una scelta dettata da una necessità, ma è vincolata dalla responsabilità ancor più forte verso chi stai conducendo.
Non è la lentezza in sé a essere difficile e non lo è nemmeno la velocità.È la previsione.È capire, un attimo prima che accada, cosa farà chi ti sta davanti, chi ti sta dietro, chi arriva dall’altra parte della strada, e muoversi di conseguenza senza mettere in pericolo nessuno.
La strada non è mai solo mia
C’è un ricordo che torna sempre, in questi momenti di colonna e di cambi. Mugello, 2010. Ero lì come steward, referente per l’Italia insieme alCoordinamento Motociclisti, per il Progetto Europeo ROSA, portato avanti soprattutto dalla Real Federación Motociclista Española (RFME), la Fondazione Cidaut, l’Asociación Mutua Motera e laDorna,
“Sulla strada, convivere è sopravvivere”era lo slogan.

Non siamo mai soli, in colonna o no. C’è l’automobilista che non si aspetta trenta moto in fila. C’è chi è in coda dietro di te e si fida del tuo movimento.Condividere la strada non è uno slogan da corso di guida sicura. È l’unica cosa che tiene insieme un gruppo di trenta moto senza che nessuno si faccia male.
Le zone abitate non sono un ostacolo, sono un rispetto
C’è un punto, ogni volta che giro e viaggio in moto attraversando un paese in cui il limite scende a cinquanta, in cui io scendo con lui, senza fatica, senza sentirmi meno motociclista per questo.
Le zone abitate non sono l’interruzione del viaggio, del giro, ma sono l’unico posto dove la mia velocità è una scelta e tocca direttamente la vita di qualcun altro: il bambino che esce da un giardino, l’anziano che attraversa senza guardare, il cane che scappa dal cancello. Lì, la distanza di sicurezza e l’occhio sempre un metro più avanti di dove sei, sono l’unica forma di rispetto che conta davvero.
Ho visto motociclisti scorrere magnificamente su un passo alpino e poi sfrecciare tra le case di un paesino per farsi notare. Non è la stessa persona che parla nei due momenti. O forse sì, ed è proprio quello il problema: il controllo, se è vero, non si accende e si spegne a seconda di chi guarda.
Cosa resta, alla fine
Sono tornato a casa quel pomeriggio con lo stesso passo lento tenuto per il ragazzo rimasto indietro. Non ho fatto un chilometro in più del necessario. Non ho superato nessuno.
Eppure, spegnendo il quadro in garage, ho sentito la stessa quiete che sento dopo centinaia chilometri di strada, curve e freddo alle mani.Perché il controllo non si misura in velocità. Si misura in quanto resti presente, qualunque sia il numero sul contachilometri.
La Velocità è una scelta, ho scelto molte volte, e lo rifarò. Ma se un giorno mi vedete scorrere a passo d’uomo dietro chi sta ancora imparando, non pensate che abbia perso qualcosa, guardate meglio. Sto solo guidando.








2 Responses
Parole condivisibilissime. Ho un anno in più di te, e – se non altro per anagrafica – qualche anno dietro le spalle con le chiappe in sella l’ho anche io. Di per se la velocità non mi ha mai affascinato più di tanto, rientro senz’altro in quella definizione di motolentista, dove la velocità fine a se stessa trova il suo comparativo/contraltare nel viaggio lento, lungo e riflessivo. Non è che non si corra -talvolta accade, specie magari quando si viaggia per lavoro ed i tempi sono quelli che sono – ma nell’uso del tempo libero si da priorità a come ci si sente bene in sella, senza per questo sentirsi meno parte della comunità (anche ora che viaggio solo in scooter). Alla fine, fermo restando la sicurezza nostra e degli altri, ciò che conta è come uno si sente e vive le due ruote, veloce o meno che sia.
Ed io condivido ciò che descrivi e il tuo modo di essere, che corrisponde anche al mio sul due ruote. Grazie.