Mi fermo. Mi tolgo il casco, e il paese mi accoglie con un profumo che mi ricorda qualcosa di già sentito. Entra dal naso e arriva alla mente. Pietra. Calce umida. Un fresco che sale dai sotterranei delle case vecchie anche se fuori l’aria è calda. Il mototurismo lentocomincia qui: nel momento in cui il motore tace e il corpo, finalmente, riceve.
Non ricordo il nome di quel paese; sarà stato uno dei tanti dell’Appennino centrale, tra Umbria, Abruzzo e Lazio, sulle montagne del Parco Nazionale o in Val Nerina, non lontano da Castelluccio. Ne ho attraversati così tanti che i nomi si sono mescolati. L’odore no.

Una casa che non era lì
Era lo stesso odore, identico a quello che mi pervase aSan Benedetto in Alpe, la villeggiatura di quando ero bambino. Il fiume Acquacheta, le stanze fresche anche in piena estate, la curva sul ponte, quella da cui, per me, è cominciata tutta la storia della moto. Lo riconobbi subito, con il casco in mano e un paese intero addosso. Mi riportò lì, di colpo, senza chiedermi il permesso.
Nessun GPS segna una cosa del genere. Nessuna foto la trattiene.
Il mirto, prima che avesse un nome
La prima volta che arrivai in Sardegna sbarcai al porto e presi le prime curve, allontanandomi dal mare. Fu lì che lo sentii: un arbusto, e il suo profumo. Era il mirto, ma solo dopo che ci pensai a lungo e chiesi a mio cugino che profumo fosse quello che sentivo spesso. Credevo di conoscerlo, per il liquore, per il sapore di una bottiglia. Non conoscevo niente (la bottiglia, ho scoperto poi, mentiva), perchè il liquore fatto in un agriturismo o a casa dei parenti era un’altra cosa, e l’arbusto vero lo era ancora di più.
Da quel giorno quell’odore mi ha accompagnato ogni volta che sono tornato nell’isola. Tornavo per i parenti.Tornavo per stare da solo e vivere le sensazioni che mi dava quella terra, con quel mio modo di andare, questo Mototurismo Lento.E ogni volta il mirto c’era sempre.

Mototurismo lento non vuol dire piano
Ho letto da poco, sul mensile della federazione, di un trofeo di moto da avventura che chiude il racconto con una frase che mi è rimasta addosso: non è la velocità la regola da seguire, ma la percezione, attraverso tutti i sensi, dell’ambiente circostante.
Io non ho mai fatto fuoristrada. Il mio è asfalto, solo asfalto.Eppure quella frase la conosco da dentro.
Lento non vuol dire piano. Vuol dire a portata di naso.
Una strada si può fare a qualunque andatura e restare ciechi. Basta la fretta di arrivare e il paesaggio diventa uno sfondo, i chilometri una cifra da riportare a casa, e di un viaggio in moto resta soltanto il tempo che ci si è messi. Viaggiare in moto senza fretta non è una questione di manopola, ma è lasciare che il paese arrivi prima del navigatore, che quel bar sia visitato, che i sorrisi o gli sguardi di prefetti sconosciuti divengano l’esperienza del viaggio.
Un casco si toglie. Un motore si spegne. Una sosta si concede. E qualcosa entra.
Scoprire, non contare
Ho superato i quattrocentomila chilometri in sella. Eppure, quando mi chiedo cosa mi sia rimasto,la risposta non ha cifre: ha un odore di pietra umida, un arbusto a bordo strada, un paese di cui ho perso il nome.
La quantità si accumula. La scoperta si riceve.La prima vive nel contachilometri, la seconda in un punto del corpo che non sapevi di avere. Un viaggio di scoperta in moto non vale di più perché è più lontano; vale di più la sosta in cui non avevi niente da dimostrare.
Una sosta così l’ho messa in versi. Sono parole mie, nate per una canzone.
Mi fermo dove la strada mi ha portato,
un paese piccolo, mai stato nominato.
Il motore tace, il casco resta sulla sella
e il mondo intorno si apre come non aspettavo.
Un bar, due sedie, il sole che cala piano,
qualcuno mi saluta, mi offre la sua mano.
Non chiedo il nome, non serve sapere:
basta uno sguardo per riconoscere.
Ascolto storie che non erano mie,
di gente che qui vive le proprie vie.
E in quel panorama che non conoscevo
trovo un pezzo di me che non sapevo.
Non è il viaggio che cerca una risposta,
è la sosta che insegna quanto vale la sosta.
Ogni volto che incontro mi lascia una traccia,
anche se poi riparto e nessuno mi abbraccia.
Riparto con un sorriso, senza dire dove vado,
loro mi guardano ancora, io già sono passato.
Un motociclista solo, uno sconosciuto vero,
che non si ferma mai, ma resta nel pensiero.
Come un ramingo che la strada chiama ancora,
non cerco chi mi aspetta, cerco solo l’aurora.
E chi mi ha visto un giorno forse capirà:
non serve restare, per lasciare qualcosa qua.
Poi rimetto il casco.
Il prossimo paese è già lì, dopo la curva, e chissà che odore avrà. Rallentare è una scelta che ha una lezione precisa:rallentare in moto, la lezione dell’Emilia Romagna.








No responses yet