Il rombo arrivava prima della moto. Sempre. Lo sapevo già a dieci anni, appoggiato alla ringhiera del ponte di San Benedetto in Alpe. Sentivo le moto scendere dal Passo del Muraglione, ancora invisibili, e capivo già che di lì a poco sarebbero comparse inclinate nella curva, come se la forza di gravità fosse una questione che non li riguardava. E nel corso della mia storia motociclistica, ho capito anche quanto conta rallentare in moto.
Frisoni, parlando di mototurismo, ha detto una cosa che conosco da quarant’anni ma che non avevo mai sentito formulare così bene: la moto è forse il modo più libero e autentico per entrare in contatto con un territorio, perché invita a rallentare, a scegliere una strada secondaria solo perché promette una curva.
Io quella curva la scelsi prima ancora di saper guidare.
L’Emilia Romagna non è dove sono nato. È dove ho imparato a guardare
Sono toscano, di Prato. Ma dal 1985, per qualche estate, la mia famiglia risaliva verso San Benedetto in Alpe, appena oltre il confine, già in Emilia Romagna. Fuggivamo l’afa della pianura per la montagna fresca, per i funghi porcini di Maria, per la sfoglia che Carmine tirava a mano.
Non sapevo ancora che stavo imparando la domanda giusta, quella che racconto nellacurva che porta il nome del fiume che le scorre sotto: come facessero quelle moto a non cadere, inclinate così. Me lo chiedevo ogni pomeriggio, appoggiato a quella ringhiera, mentre i vecchi giocavano a carte sotto il patio parlando un dialetto che non capivo.
I pullman dei turisti passavano veloci, diretti verso Firenze o verso il mare. Le moto invece si fermavano un attimo al bar, ma poi proseguivano fino al Passo del Muraglione. E lassù, come da tradizione motociclistica si fermavano e restavano su quel passo Romagnolo.
I turisti attraversavano quel luogo. I motociclisti lo abitavano.

Rallentare in moto: la strada che promette una curva
Anni dopo, ormai in sella io stesso, cominciai a riconoscere quell’istinto in ogni viaggio. Quando devo scegliere quale strada prendere,non scelgo mai la più veloce. Scelgo quella che segue il sole, i cartelli, l’istinto.
C’è un aneddoto che racconto spesso: un bambino sotto i cinque anni, a cui viene chiesto qual è la strada migliore per andare dal punto A al punto B, disegna una linea storta, piena di curve. Il professore che l’ha interrogato non capisce come possa essere migliore una strada così complicata. Il bambino risponde con una domanda:“Ma lei ha chiesto la migliore o la più veloce?”
Non serve aggiungere altro. La domanda contiene già tutta la risposta.
L’Emilia-Romagna, con la sua rete di statali e provinciali che salgono dall’Appennino verso la Riviera, sembra costruita apposta per chi si pone quella domanda. Frisoni la descrive con il linguaggio del turismo istituzionale: in poche ore si lascia il profumo del mare per salire verso l’aria fresca dell’Appennino. Io la descrivo con il linguaggio di chi quelle strade le ha percorse controvento.
La destinazione non è il punto. È l’intervallo che ci hai messo dentro.
Scorrere, non correre
C’è un’altra parola che uso per descrivere questo stato, ed è più precisa di “rallentare in moto”:scorrere.
Scorrere in motonon significa andare piano. Significa adattarsi al flusso di quello che stai attraversando: il traffico, l’asfalto, la luce, l’umore della strada. Come un fiume, che non sceglie la propria velocità ma risponde al terreno che incontra.
L’Acquacheta, il torrente tosco-romagnolo che diede il nome a quella curva della mia infanzia, faceva esattamente questo: scorreva quieta prima di gettarsi giù, in una cascata che perfino Dante citò nell’Inferno. Un’acqua che non ha fretta di arrivare, ma nemmeno si ferma.
Vi è mai capitato di sentire il ritmo cambiare senza averlo deciso voi? A me sì, tante volte. Sulla Brennero tra i tir, in una gola stretta verso il Lago di Ledro, e prima ancora, senza saperlo, su quel ponte da bambino.
La velocità non è una scelta. È una risposta.
Quando Frisoni parla di mototurismo come esperienza che mette in relazione paesaggi, comunità e tradizioni, descrive dall’esterno quello che io ho vissuto dall’interno di un casco, curva dopo curva, per trent’anni. Anche in montagna il rispetto dei luoghi passa dalla lentezza:il caso del campanaccio.
Il punto fermo da cui si riparte
C’è un rischio, in tutto questo discorso sulla lentezza: pensare che rallentare in moto significhi fermarsi, ripetersi, restare fermi. Non è così.
La comfort zone del motociclista, quella strada che conosci a memoria, quel bar dove torni ogni weekend, non è una prigione. È la base da cui parte tutto il resto. Imparai a guidare molto dopo quei pomeriggi sul ponte dell’Acquacheta. Ma la voglia, quella, nacque lì, in quella curva precisa, guardando persone che non conoscevo inclinarsi verso qualcosa a cui ancora non sapevo dare un nome.
Quella curva fu la mia comfort zone prima ancora che sapessi cosa fosse una moto.E fu il trampolino per tutto ciò che venne dopo: il Peloponneso, la Francia, le Alpi svizzere, il Passo Manghen con il ghiaccio ai bordi della carreggiata. Anche la scelta tramare o montagna in motoè un modo di decidere dove fermarsi.

Cosa resta, quando il resto cambia
Oggi quella curva sul ponte è quasi silenziosa. I pullman di turisti non fanno più la spola come un tempo, l’Acquacheta rovina i ponti? mi sono chiesto una volta, guardando quanto poco fosse rimasto del viavai di allora. Ma io ci torno. Non ogni anno, ma abbastanza spesso da poterlo chiamare un appuntamento, non una coincidenza.
E ogni volta che parcheggio la moto su quel ponte, sento qualcosa allentarsi. Non è un ritorno. È un riconoscimento, lo stesso che provi quando rivedi qualcuno dopo anni e capisci che non ha cambiato il modo di muovere le mani.
Forse è questo che un’istituzione come la Regione Emilia Romagna sta cercando di raccontare con i numeri del turismo, con gli indotti economici, con le strategie di promozione: che una strada percorsa piano vale più di una attraversata in fretta.
Io non ho bisogno di quei numeri per saperlo.
Ho una curva, un fiume, e un bambino di dieci anni che, ogni tanto, si affaccia ancora da dentro il casco per guardare.








2 Responses
Credo che ognuno di noi abbia un posto così, che può essere a 1.000 km od appena sotto casa. Per me è una stradina in mezzo alle vigne, giusto dalla parte opposta del paese in cui vivo. Cosa ha di speciale? Tutto e nulla: curve e controcurve fra i poderi e le vigne con un panorama fantastico sulla valle del Tanaro, ma che negli occhi di un 14enne su un vecchio motorino regalatogli dalla buon’anima dello zio diventavano passi di montagna, coast-to-coast e Route66 tutte allo stesso momento. Sono passati 38 anni da allora, km sotto le ruote ne ho fatti molti, e quella stradina venne presto quasi dimenticata, con le opportunità che offrivano le cilindrate maggiori. Quasi… ma mai davvero dimenticata. Mi trovai tempo fa a passare in zona per ragioni lavorative, vidi quello svincolo, e preso da un impulso del momento decisi, li per li di, di svoltarvi. Ho percorso la strada lentamente, molto lentamente, cercando di rivivere un po’ di quelle sensazioni sopite; ed in buona parte ritrovando gli occhi di quel 14enne, in sella a quel vecchio motorino.
Ciao Marco. Grazie per questo racconto, meraviglioso leggerlo.
Si, tutti abbiamo un posto del cuore, ed è sempre in qualche modo legato all’infanzia e a cio che ha scaturito in noi. Spesso è quello che ha dato inizio a qualcosa, e forse nel tempo diviene un rifugio, un “porto sicuro”.
Io ho questo:https://www.maxmoto-1975.it/lacquacheta-quella-curva-e-tutto-quello-che-e-rimasto/
Grazie ancora.