C’è una cosa che mi ha sempre fatto sorridere (amaro): l’idea che il “motociclista vero” è solo colui chechiude la gomma. Come se l’identità stesse tutta lì, su due millimetri di battistrada lucido.
E allora sì, mettiamola giù come la penso io:non è la moto che fa il motociclista. E nemmenocomela usi. Èil perché.
Perché se riduci tutto alla gomma “pulita fino al bordo”, stai facendo una cosa strana: stai trasformando una passione in un test da spogliatoio. E la moto, per come la vivo io, è l’esatto contrario.
Chiude la gomma per il bisogno di sentirsi “più”
Partiamo dal punto: la famosa “striscia” non consumata ai lati del pneumatico ha pure un nome nel gergo:chicken strips, con quella connotazione fastidiosa da “sei un fifone”. È una presa in giro vecchia come le chiacchiere al bar, e spesso dice più sull’ego di chi la usa che sul manico di chi guida.
Perché la verità è semplice:su strada aperta non stai facendo prove speciali. Stai guidando in un ambiente imprevedibile: sporco, brecciolino, gasolio, buche, auto che tagliano, ciclisti, animali, gente al telefono. La strada non è un circuito, e chi la tratta come tale sta sbagliando contesto prima ancora che traiettoria.
E sai qual è la cosa paradossale? Che la gomma “chiusa” può significare mille cose, non necessariamente “sono bravo”. Può significare che raggiungi sempre il limite senza motivo ad esempio, e quel limite non ti consente un eventuale correzione di traiettoria.
Ma se la usi per giudicare gli altri, stai usando un dettaglio estetico come patente morale. Ed è ridicolo.
Motociclista non è chi “piega”. È chi “vive”
Io la vedo così: motociclista è uno chenon ostenta la moto per essere accettato, ma la vive perché gli serve. Per stare bene. Per ritrovarsi. Per respirare. Per sentirsi più presente.
E qui entrano le tue parole, che sono il centro vero:il pensiero, non l’oggetto.
C’è il motociclista da overland che parte senza aspettative e torna dopo mesi con la faccia cambiata.
C’è il motociclista che fa 10.000 km l’anno.
C’è quello che ne fa 3.000, ma sono i suoi 3.000, e dentro ci sta tutta una vita.
C’è quello che usa la moto per andare a lavoro ogni giorno, e nel traffico ci mette lo stesso rispetto e la stessa attenzione di chi “fa i passi”.
C’è quello che fa il passo e poi sta fermo due ore a parlare con sconosciuti diventati amici.
E sì, è un grande arcipelago: dentro questo discorso ci sta anche chi va in scooter. Perché se il criterio è “due ruote, vulnerabilità, presenza, attenzione, vento addosso”, allora la differenza non la fa la cilindrata, la piega, il modello: la fa l’approccio.

Possessore di moto vs motociclista: la differenza vera
Qui provo a essere chirurgico, ma restando umano:
Possessore di moto: ha una moto. Fine. Può essere uno che la compra per status, per estetica, per moda, per “guardatemi”.
Motociclista: vive un rapporto. Con la strada, con il rischio, con il proprio limite, con una disciplina mentale. Con un modo di stare al mondo.
Ed è per questo che mi torna sempre in mente quell’analogia che trovo perfetta:il pescatore.
Il pesce lo puoi comprare al supermercato. Quindi perché vai a pescare?
Perché non è il pesce. È tutto quello che c’è intorno: attesa, silenzio, tecnica, rituale, pace.
La moto è uguale: non è arrivare. È quello che succedementreci vai.
La questione che spesso viene ignorata: la cura (e il rispetto)
Poi c’è un punto che separa davvero i mondi:la cura della vulnerabilità.
Perché uno può essere motociclista anche se va solo d’estate, anche se fa “la vacanza improvvisata”, anche se la usa poco. Ma se ignori casco serio, giacca, guanti, stivali — se tratti la moto come un giocattolo — allora non è che “non sei motociclista”: è che stai sottovalutando un mezzo che non perdona. Ed è qui che entra quella filosofia che in tanti nel mondo moto ripetono con un acronimo:ATGATT(All The Gear, All The Time). Non è integralismo: è consapevolezza.
Perché la vacanza te la rovina anche una scivolata stupida da rotatoria. E non serve fare il profeta della sfiga: basta essere realisti.

Il problema non è chi piega. Il problema è chi giudica.
Io non ho nulla contro chi va forte (con testa). Non ho nulla contro chi fa pista (anzi: la pista è il posto giusto per sfogare la guida sportiva). Ho qualcosa control’atteggiamento: quello che ti fa sentire “meno” se non ti sei mangiato i bordi della gomma. Quello che trasforma la passione in graduatoria. Quello che confonde sicurezza con orgoglio. Perché la moto, almeno per come la intendo io, dovrebbe fare una cosa opposta:abbassare l’ego e alzare la coscienza.
E lo dico senza poesia forzata: se sei davvero bravo, lo vedi da come parli agli altri. Da come consigli senza umiliare. Da come saluti quello col 125 con lo stesso rispetto di quello col 1250.
La mia definizione, semplice
Motociclista è chi:
- usa le due ruote per stare meglio, non per sembrare migliore;
- rispetta la strada (e quindi non la scambia per una pista);
- rispetta gli altri (perché sa che siamo tutti vulnerabili uguale);
- si mette in gioco per passione, anche solo per un passo dietro casa.
Il resto sono etichette. E le etichette, di solito, servono a chi ha paura di non valere abbastanza senza.








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