Le borse erano cariche. Troppo cariche, già si capiva al colpo d’occhio, ma non era il momento di dirlo. Non prima di partire per questo viaggio in moto in due. La vacanza tanto sospirata, attesa.
La CBF600 incassò senza protestare: due laterali Givi enormi, una borsa da serbatoio magnetica, un qualcosa sul bauletto posteriore fermato con il ragno e altro che non entrava finì in altri sacchetti con gli elastici sui bauli laterali. Quel peso lo sentì per giorni ad ogni curva. Lei non ci pensava.
Questo articolo non parla di itinerari, non parla di chilometri da fare o di soste da organizzare. Non è nemmeno un articolo sulla moto, in senso stretto.
È un articolo su quello che succede tra due persone quando condividono una sella per dieci giorni. Ed è soprattutto un articolo su quello che non si racconta al rientro.

Il viaggio in moto in due che tutti descrivono (e quello che esiste davvero)
Ho letto molte cose, in questi anni, sul viaggio in moto in due. Blog, forum, interviste a coppie che girano il mondo su due ruote. Il tono è sempre lo stesso: la moto che avvicina, la complicità che cresce, le pause al tramonto, il senso di squadra che si consolida chilometro dopo chilometro.
Ok, non dico che sia falso, dico che è incompleto. E l’incompletezza, in certi casi, pesa quanto una bugia.
Ho parlato con tanti, nel corso degli anni. Nei motoraduni, davanti a un caffè, nei parcheggi prima di ripartire, e ho notato una cosa: quando si parla di un viaggio in moto in coppia appena tornati, la versione ufficiale è quasi sempre la stessa. Belle strade, buon tempo, qualche piccolo intoppo, naturalmente, ma si ride. Si è capito come fare.
Poi, quando la conversazione si allunga e il tono si abbassa, viene fuori l’altra versione, ma mai veramente espressa, rimane velata e con delle digressioni da parte di uno dei due narratori.
Per cosa litiga davvero una coppia in moto
Partiamo dalla cosa più banale, che poi banale non è: i bagagli.
Ho sentito storie di negoziazioni durate ore, forse giorni. Il culmine la sera prima della partenza.Il pilota che ha organizzato il percorso, fa i calcoli sul peso, che studia gli spazi, che cerca di spiegare che c’è un limite fisico a ciò che una moto può portare in equilibrio. E la compagna, moglie, amica passeggera che ha bisogno di quelle cose, di tutte quelle cose, e che di solito ha ragione per ragioni che il pilota non riesce del tutto a contestare.
Alla fine si parte con troppo, si parte già con un piccolo torto non detto.
Poi arriva la strada, e con essa la seconda frattura. Il pilota ha in testa un percorso, magari lo ha studiato settimane prima, conosce quel tornante, vuole scoprire qualcosa di cui ha sentito parlare da altri motociclisti, oppure semplicemente sa che alle nove del mattino non ci sarà confusione in strada. E poi la sua voglia del percorso perfetto e la sensazione di guidare in quel momento lì, su quella curva, vale il viaggio. La passeggera ha in testa altro: magari un borgo che ha visto su Instagram, una spiaggia che le è stata consigliata, un mercatino che apre solo di mattina, la colazione, il caffè, la foto fatta come l’ha fatta la tale influencer.
Nessuno dei due ha torto, ma la moto ha un solo manubrio.E il manubrio lo tiene sempre lo stesso.
Quello che non si racconta mai, nei racconti del viaggio in moto in due, è la stanchezza silenziosa del pilota che ha rinunciato alla a quella strada, quella curva, partire presto, per poi arrivare in spiaggia già nel caos e caldo. La stanchezza non è fisica, è quella da deferenza continua, da calcolo permanente di ciò che si può chiedere e ciò che è meglio non chiedere per non incrinare il clima.

Il pilota invisibile: quando guidare non è più guidare
C’è una cosa che chi non guida non vede: il pilota in un viaggio in moto in due è sempre al lavoro.
Non ha la possibilità di perdersi nel paesaggio. Non può chiudere gli occhi un momento e lasciare che il vento faccia il resto. Deve calcolare continuamente: il peso che cambia nelle curve, la velocità che va contenuta per non spaventare chi sta dietro, le soste da calibrare perché dopo due ore sullo stesso sellino la passeggera inizia a spostarsi, e ogni spostamento si sente sul retrotreno.
Ho sentito raccontare di uomini che hanno guidato per una settimana intera con il carico sbagliato, le borse spostate, l’assetto che non tornava. Lei che si sposta continuamente per far foto o chiede di fermarsi ogni 20km perché, appunto, c’è un paesaggio da fotografare. Lo sapevano dal primo giorno che qualcosa non andava. Non l’hanno detto perché avrebbero dovuto svuotare le borse, lasciare qualcosa in albergo, affrontare una conversazione che avrebbe rovinato la mattina. Così hanno guidato male per una settimana intera.
Non è eroismo. È il quieto vivere in sella.
Ho letto una cosa, tempo fa, su come le coppie in viaggio gestiscano le aspettative diverse. Un ricercatore, credo americano, aveva notato che il 70% dei conflitti in vacanza nasceva non da eventi imprevisti, ma da aspettative mai dichiarate. Due persone che partono con due viaggi in testa, sovrapposti sulla stessa mappa, che non coincidono mai del tutto.
In moto questa cosa si amplifica, perché non c’è il lusso dell’automobile. Non puoi accostare e litigare in modo civile con l’aria condizionata. Non puoi guardare fuori dal finestrino e stare in silenzio finché passa. Sei lì, a venti centimetri l’uno dall’altro, con il casco che isola ma non abbastanza.
Il viaggio in moto in due e i compromessi che non soddisfano nessuno
Il compromesso è la parola che torna sempre, in queste conversazioni.
Si scende a compromessi sui bagagli. Si scende a compromessi sulle tappe. Si scende a compromessi sulle soste, sulla velocità, sul tipo di strada, sulla scelta dell’albergo, sull’orario della cena. Ci si scende con buona volontà, quasi sempre. Con la consapevolezza che l’altro ha le sue esigenze e che un viaggio condiviso richiede cessioni reciproche.
Il problema è che i compromessi, sommati uno sull’altro per dieci giorni, non danno mai la somma di due persone soddisfatte. Danno spesso la differenza su di uno dei due in negativo. Uno dei due ha fatto un viaggio diverso da quello che voleva, per non scontentare l’altro, o per evitare litigi.
Questo non è un fallimento di coppia.È l’aritmetica del viaggio in due.
Chi mi ha raccontato di voler scendere su una certa cala, di aver trovato uno sterrato che la moto non avrebbe percorso carica com’era, di aver lasciato la moto sulla strada provinciale e aver camminato a piedi per raggiungere la spiaggia, sa di cosa parlo. L’arrivo, dopo tutto quel percorso, non aveva lo stesso sapore che avrebbe avuto se avesse scelto lui il posto, di sua iniziativa, per ragioni sue.
Era un compromesso riuscito. Ma era pur sempre un compromesso.

Quello che si tace al rientro
Il momento più strano di un viaggio in moto in due non è durante il viaggio. È dopo.
Quando qualcuno chiede com’è andata, e la risposta arriva rapida, quasi preparata: benissimo. Belle strade, belle giornate, qualche pioggia ma ci si adatta. Si sorride. Si mostrano le foto.
Le foto sono sempre le migliori. Le foto non mostrano la serata in cui non si è riusciti a trovare un parcheggio che andasse bene a tutti e si è mangiato di malavoglia in una piazzola di sosta. Non mostrano il momento in cui si è capito che i ritmi erano incompatibili ma non c’era modo di dircelo senza aprire una conversazione troppo grande.
Non è ipocrisia. È protezione reciproca. Si protegge l’altro, si protegge la vacanza stessa, si protegge l’idea di aver fatto qualcosa di bello insieme.
Ma quella protezione ha un costo. Il costo è che si torna a casa con la stessa piccola insoddisfazione con cui si è partiti, solo rivestita di abbronzatura e di chilometri.
Il viaggio in moto in due e i conflitti che porti da casa
C’è una cosa che ho sentito dire più volte, e che ogni volta mi ha colpito per quanto fosse vera.
In moto, in coppia, non si litiga di meno che a casa. Si litiga delle stesse cose, in scenari diversi.
La coppia che a casa discute su chi decide dove andare a cena, in moto discuterà su chi decide la tappa successiva. Chi a casa ha il vizio di fare troppo tardi la mattina, in moto rallenterà la partenza. Chi a casa tende ad accumulare cose che non servono, in moto riempirà le borse di oggetti che non useranno mai.
La moto non risolve i conflitti di coppia. Li sposta.
E a volte li concentra, perché la prossimità fisica è totale e la possibilità di distanza è zero. Non ci sono stanze separate. Non c’è l’ufficio dove andare a smaltire. Ci sono i caschi, e i caschi non bastano.
Lessi da qualche parte, non ricordo dove, addirittura 20 anni fa, che le vacanze rappresentano uno degli indicatori più precisi dello stato reale di una coppia. Non perché facciano emergere problemi nuovi, ma perché amplificano quelli già esistenti. Il viaggio in moto in coppia fa lo stesso, con un’intensità maggiore, perché elimina ogni possibilità di evitamento fisico, con una fatica e scomodità maggiore.
Non è un argomento contro il viaggio in moto in due. È un argomento per farlo ad occhi aperti.
Una parola sull’io-narrante di questo articolo
Ho scritto “ho sentito”, “ho letto”, “mi hanno raccontato”.
L’ho fatto con una certa intenzione, non per pudore. Il motivo è che tutto quello che ho descritto appartiene a storie di tanti. Storie sentite, storie lette, storie incontrate nei motoraduni, ma se lo condivido, qualcosa ci ritrovo anch’io.
Qualcosa che riguarda il carico che oscilla, la curva alla quale ho rinunciato, il parcheggio che non c’era. La serata che sarebbe potuta andare diversamente se avessimo parlato prima di partire, non durante.
E tu? Ti ritrovi?
Perché ho la sensazione che, se sei arrivato fin qui, qualcosa di quello che ho scritto non ti sia del tutto estraneo.
Non è necessario ammetterlo ad alta voce.
Basta saperlo.









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