La moto guarisce. La scienza lo sa da prima di noi

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Mototerapia: La moto Guarisce
Mototerapia


C’è una cosa che so con certezza dopo trent’anni e quattrocentomila chilometri di asfalto: la Moto Guarisce. Quando torno a casa dopo un’uscita lunga, sono un uomo diverso da quello che è partito.

Non so esattamente cosa succede, lungo la strada. Non l’ho mai saputo spiegare bene. Ci ho provato, in tanti articoli, in tante conversazioni davanti a un caffè con chi non capisce perché uno si mette in sella con freddo, pioggia, caldo asfissiante, quando potrebbe stare seduto in macchina con l’aria condizionata. Ho sempre trovato le parole giuste solo a metà. Dicevo “mi svuota la testa”, dicevo “mi rigenera”, dicevo “mi rimette a posto”.

Adesso so anche perché.E non glielo devo a me stesso: glielo devo alla neuroscienza.

Mototerapia: La moto Guarisce

Il numero che nessuno si aspettava: -28% di stress in venti minuti

La moto guarisce, e non lo dico solo io. Ho letto di uno studio condotto dal Semel Institute for Neuroscience and Human Behavior dell’UCLA, uno di quei nomi americani lunghi che suonano come una diagnosi, ma che questa volta hanno prodotto qualcosa di interessante. Hanno messo dei motociclisti in sella, con sensori addosso, e hanno misurato cosa succedeva nel loro organismo mentre guidavano.

I risultati li conosco di pancia da sempre. Non sapevo però che avessero questi numeri.

Venti minuti in sella riducono il cortisolo, l’ormone dello stress, del28%. Contemporaneamente, l’adrenalina sale del27%e la frequenza cardiaca aumenta dell’11%. Quest’ultimo dato è quello che mi ha fermato: guidare una moto produce effetti fisiologici paragonabili a quelli di un esercizio fisico leggero. Non è metafora. È chimica.

Vent’anni fa, quando tornavo a casa dopo una serata di lavoro difficile e mi fermavo a prendere la moto invece di salire in macchina, non stavo fuggendo. Stavo, senza saperlo, prescrivendomi qualcosa.

Mototerapia: La moto Guarisce

Il cervello in curva non ha tempo per i problemi

C’è un ricercatore ungherese, con un cognome che non si ricorda al primo tentativo (Csíkszentmihályi, per chi vuole provarci), che ha descritto quello stato in cui sei così dentro un’attività da perdere il senso del tempo, del corpo, del rumore di fondo. Lo ha chiamato “flow”, flusso.

Non esiste domani in una traiettoria. Non esiste ieri nel freno motore. Esiste solo adesso, questo asfalto, questa luce, questo peso.

La moto è uno degli strumenti più potenti per raggiungerlo, forse proprio perché non ti dà scelta. Non puoi essere in curva e pensare alla riunione delle tre. Non puoi gestire il cambio e rimpiangere qualcosa. Il manubrio non ammette distrazioni: richiede tutta la tua presenza, oppure ti punisce.

È una meditazione attiva, e capisco che questa parola possa far storcere il naso a chi è in sella da vent’anni e ha sempre pensato alla moto come a qualcosa di concreto, meccanico, reale. Ma ci pensate, per un momento?

Quante volte siete tornati da un’uscita e avete trovato, senza cercarlo, la soluzione a qualcosa che vi bloccava da settimane?

Una ricerca giapponese e la palestra che non sapevamo di avere

Ho letto anche di un’altra ricerca, questa volta giapponese, che ha analizzato cosa succede al cervello di chi guida una moto regolarmente. Il dato più sorprendente non riguarda lo stress: riguarda le funzioni cognitive.

Guidare richiede un livello di elaborazione delle informazioni, coordinazione occhio-mano e attenzione selettiva molto superiore a quello necessario per guidare un’automobile. Mantenere l’equilibrio, leggere il manto stradale, anticipare l’uscita di un veicolo dal parcheggio, valutare la piega giusta: è un allenamento continuo, anche quando la strada è dritta e il traffico è basso.

La notizia migliore, quella che mi ha fatto sorridere, è che non c’è una data di scadenza per questi benefici. Chi inizia a guidare anche in età avanzata ottiene miglioramenti significativi nelle funzioni cognitive. La moto non è solo un mezzo di trasporto: è una palestra mentale che mantiene il cervello reattivo e plastico.

Quattrocento chilometri, per me, non sono mai stati solo quattrocento chilometri. (Adesso lo so anche in termini neurologici).

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Il motociclista è l’attore protagonista, non il passeggero

C’è un’indagine inglese, l’Annual Population Survey, che ha analizzato la soddisfazione quotidiana dei pendolari. I motociclisti sono risultati tra i più felici. Il dato più ironico è quello sui viaggiatori in taxi: ultimi della classifica.

La ragione è semplice, e la conosco senza aver bisogno di leggerla in nessuno studio. Chi sta seduto sul sedile posteriore di un taxi è un passeggero passivo. Non decide il percorso, non controlla la velocità, non sceglie il momento in cui rallentare. È trasportato, non guida.

Il motociclista è l’opposto esatto.Arriva al lavoro con una chiarezza mentale che nessun altro mezzo gli può dare, perché ha già affrontato qualcosa: ha già preso decisioni, ha già letto la strada, ha già risposto a quel che l’asfalto gli chiedeva. La giornata inizia da vincitore, non da spettatore.

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Il rischio consapevole: la filosofia che divide i grandi dai giovani

Non è un articolo sulla sicurezza, questo. Ma non sarebbe onesto parlare di benessere in sella senza toccare il lato che più conta.

Esiste quello che in psicologia si chiama “ottimismo irrealistico”: la tendenza, specialmente in chi ha poca esperienza, a sentirsi meno vulnerabile rispetto agli altri. Ci siamo passati tutti. Io ci sono passato, con l’Aprilia SR50 a quindici anni, convinto che le cose brutte capitassero a chi non sapeva guidare. Poi la vita insegna. La strada insegna prima.

Un motociclista maturo non si nasconde dietro l’ottimismo. Porta sempre tutto l’equipaggiamento, non perché abbia paura, ma perché ha capito una cosa:la sicurezza non è un limite alla libertà. È ciò che la rende possibile.

ATGATTnon è prudenza esagerata. È la firma di chi ha scelto questa strada per il lungo periodo, non per un’estate.

La comunità: quella rete invisibile che protegge senza fare rumore

C’è qualcosa che succede quando incroci un altro motociclista e abbassate entrambi la mano sinistra in quel mezzo saluto rapido, quasi impercettibile, che chi non è in sella non noterebbe mai. Non è solo cortesia. È riconoscimento.

Fai parte di qualcosa. Un linguaggio condiviso, micro-rituali che costruiscono appartenenza, la sosta al passo con qualcuno che non conosci e con cui hai già tutto in comune. Questo “capitale sociale”, come lo chiamano quelli che studiano queste cose, è un fattore protettivo per la salute mentale: una rete di supporto invisibile che combatte l’isolamento senza che nessuno se ne accorga.

Il motociclista vive una contraddizione perfetta: ama il silenzio del casco chiuso, quella solitudine fertile in cui i pensieri si ordinano da soli. E poi si rigenera nei raduni, nelle fermate, in quell’aperitivo dopo il giro con persone che capiscono senza che tu debba spiegare niente.

Non siamo mai soli lungo la strada, anche quando la strada è vuota.

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Non è evasione. È la forma più onesta di presenza che conosco.

Ci penso ancora, a volte, quando qualcuno mi chiede “ma chi te lo fa fare?”, con quella faccia che mischia preoccupazione e non-capire.

Non è evasione. Non è fuga. Non è incoscienza travestita da passione.

È la ricerca, ogni volta che chiudo la visiera, di qualcosa che la routine quotidiana non mi dà: presenza totale, rischio consapevole, bellezza concreta. La scienza adesso mi dà i numeri, e i numeri confermano quello che sapevo già da quando avevo sedici anni e tornavo a casa con l’Aprilia dopo il primo giro fuori paese.

La prossima volta che la settimana pesa, che i pensieri si accavallano, che la testa gira su se stessa senza trovare uscita, avete una scelta.

Infilate i guanti. Sentite il calore del motore sotto di voi.

E lasciate che la strada faccia il suo lavoro.


Autore

  • Maxmoto

    Massimo — Maxmoto since 1975
    Sono in sella dal 1990, da un Aprilia SR50  trasformato in officina. Poi un 125 fino alla BMW K1600GT con sei cilindri in linea che risponde come risponde un vecchio amico. Nel mezzo: una Honda CBF 600, una Yamaha FJR 1300 con oltre 225.000 km insieme, curve alpine, passi dolomitici, la Sardegna, la pioggia, il freddo alle caviglie e tutto ciò che sta in mezzo. Oltre 400.000km
    Negli anni ho seguito diversi gruppi e associazioni che si occupano di sicurezza stradale, di sensibilizzazione sui sistemi di sicurezza e di un abbigliamento adeguato alla guida in moto.
    Scrivo di moto-terapia perché l'ho vissuta prima di darle un nome. Se sei arrivato fin qui, probabilmente sai già di cosa parlo.
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Maxmoto, Motociclista per Stile di Vita

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