L’abbraccio che sospende il tempo
C’è abbraccio che non chiude, sospende.
Dopo Is Arutas, con ancora negli occhi quel bianco irreale di quarzo e il rumore del mareche sembra vetro frantumato, sono tornato a Oristano. Il giorno prima del rientro nel continente. Sono passato dal laboratorio di mia cugina per salutarla. Un gesto semplice, quasi dovuto. Eppure dentro c’era il peso degli anni.
L’ultimo abbraccio non è mai davvero “ultimo”, ma lo senti quando ha il sapore del tempo che scorre troppo in fretta. Ci siamo guardati in faccia con quel sorriso che prova a restare leggero, ma che inciampa nelle rughe nuove, nei capelli che non sono più quelli di prima. Dopo tanti anni ci eravamo ritrovati. E in quell’istante, stretto tra le sue braccia, ho avuto una paura sottile: che non dovessero passare altri dieci anni prima di rivederci. L’incredulità di essere cresciuti senza accorgercene. L’urgenza silenziosa di promettersi un “a presto” che non sia solo una formula.
Poi ho rimesso il casco. E come sempre, la moto ha fatto il resto.

La strada che non ho fatto
Avevo un’idea precisa: scendere verso sud passando dalla costa occidentale, avvicinarmi il più possibile al mare, sentire l’odore salmastro e di quella terra. C’erano strade che aspettavano da anni di essere rifatte. Curve che avevo in memoria come vecchie fotografie un po’ sbiadite.La costa di Teuladaera una di quelle. Un desiderio semplice, ma potente. Solo che il viaggio, a volte, decide lui.
Il meteo si è messo di traverso. Nuvole basse, compatte, un cielo plumbeo che sembrava voler schiacciare la linea dell’orizzonte. Verso ovest, proprio dove volevo andare, le masse più scure si addensavano come a difendere il mare da me. Ogni tanto sentivo l’odore dell’umido prima ancora di vedere le gocce. Sono riuscito a evitare gli scrosci più violenti, ma la pioggia mi camminava accanto, pronta a ricordarmi che non sempre si può scegliere la strada che si desidera. La temperatura stava anche calando, ma non sentivo fastidio, sentivo il calore dell’abbraccio di mia cugina che mi proteggeva.
Così ho fatto l’interno. Colline morbide, asfalto scuro, silenzi lunghi.Ho rinunciato alla costa di Teulada. E rinunciare, a volte, è un esercizio più difficile che partire.
Mi sono fermato a Sant’Antioco con addosso quella sensazione strana di chi ha cambiato rotta senza volerlo, di un abbraccio che non ti lascia. L’isola di Sant’Antioco non sembra un’isola essendo legata alla terra da un istmo sottile, come se non avesse mai deciso del tutto da che parte stare. E la strada che la circonda serpeggia lenta, accompagna, non ha fretta, facendo intravedere calette, e spiagge deserte, il cielo sembrava potesse dare un esito diverso alla serata, sprazzi di luce, nuvole che si aprivano a donare le ultime ore di sole al tramonto.Ed eccomi giunto all’ultimo rifugio di questo viaggio: “Il Guardiano delle due Baie Domus“,un B&B sperduto, quasi fuori dal mondo dove Giovanna mi ha accolto con calore e semplicità. La scelta di questo luogo era proprio per questo: isolamento. Niente traffico, niente turismo. Solo vento, mare e forse un cielo stellato da guardare in silenzio, lontano da tutto. Mi ero immaginato la scena: uscire dalla camera, incamminarmi lungo la strada interna, fermarmi al buio e alzare lo sguardo.

Era l’ultimo giorno. L’indomani sarei partito per Cagliari per imbarcarmi. Qualcuno mi ha chiesto: perché Cagliari e non tornare su a Olbia? La risposta non è logistica. È emotiva.
Il ritorno non è mai solo un rientro
Cagliari significava Civitavecchia. E Civitavecchia significava rimettere in moto una parte di me, del motoviaggiatore che non si fermava mai, che centinaia di chilometri da fare non spaventavano.
Ci sono stati anni in cui per me macinare chilometri non era un problema, era un linguaggio.Partivo da Prato dopo lavoro, alle 17:30, e arrivavo a Romagiusto in tempo per cena, magari a Trastevere, con gli amici Motociclisti che restavano sempre stupiti del mio partire e tornare in una serata. Oppure un aperitivo a Milano, una serata di motoclub a Modena. Due ore, due ore e mezza, ed ero lì.
Era un’altra stagione della vita. Leggera, incosciente forse.Poi la vita cambia, ti costringe a fermarti quando meno te l’aspetti. E quando ti raggiunge, lo capisci: è il momento di fare uno stop. Di rivedere priorità, sogni, traiettorie.
Ripartire da Cagliari, attraversare il mare e sbarcare a Civitavecchia non era solo una scelta di porto. Era un ponte tra il me di ieri e quello di oggi. Un modo per dirmi che certe distanze posso ancora affrontarle. Magari con più consapevolezza. Magari con qualche fatica in più, ma con la stessa fame di strada.
Quella notte a Sant’Antioco le stelle non le ho viste, nuvole dense si sono addensate sul cielo dell’isola e la pioggia per un po’ ha battuto sul tetto come un metronomo lento. Ho ascoltato il suono dell’acqua e ho pensato a quante cose non avevo fatto in quel viaggio: la costa mancata, il cielo stellato che non avrei visto, le curve rimandate. Eppure, nonostante tutto, non sentivo mancanza. Sentivo completezza, per il semplice che a volte il viaggio non è nelle strade che percorri, ma in quelle che accetti di lasciare indietro.
La mattina dopo sarei salito in moto con un pensiero diverso. Non più quello di chi sta esplorando, ma di chi sta tornando. E il ritorno, lo so bene, non è mai solo un rientro, ma un confronto e spesso una ripartenza.
Da Cagliari a Civitavecchia il mare non avrebbe trasportato solo me e la mia moto.Avrebbe portato con sé domande, ricordi, e qualcosa che non avevo ancora il coraggio di nominare.Ma quella… è un’altra storia.
E comincia proprio quando siscende dalla nave.









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