A Oristano, dove mancavano braccia da troppo tempo
Ci sono posti che che non si è pronti a rivedere in diversi periodi dell’anno dai quali siamo abituati a visitarli. Uno di questi per me è Is Arutas. Ma andiamo in ordine.
Sai cosa stavo pensando, guidando verso Oristano? Che lì c’erano delle braccia che mancavano da troppo tempo. Non parlo di nostalgia generica, quella che ti prende quando rivedi un posto dell’infanzia e ti illudi che basti un tramonto per rimettere tutto a posto. Parlo di abbracci veri. Quelli che non si sono dati. Quelli che, per orgoglio o per paura, sono rimasti sospesi in un “poi”.
A Oristano ci sono arrivato con quell’idea semplice: rivedere mia cugina, provare a ricucire il filo, capire dove si era interrotto. E quando l’ho vista, ho sentito immediatamente una cosa: il tempo non cancella, al massimo sposta. Ti fa credere che sia tutto più leggero, ma basta uno sguardo per capire che certe storie non hanno mai smesso di esistere.
Il “sigillo” di mia zia: non tutto si può riaprire
Mia zia però non l’ho vista. E non perché mancasse l’occasione. Perché mia cugina me lo ha fatto capire con quella delicatezza che non è un consiglio, è una protezione.
“Non è il caso.”
E lì ho capito una cosa che fa male, ma è anche una forma di rispetto: ci sono persone che vivono grazie a un sigillo. Un sigillo messo sopra i ricordi, sopra il passato, sopra certe verità. Non per cattiveria. Non per manipolare. Ma per sopravvivere.
Un sigillo di sicurezza. Come se il cuore avesse detto: “fin qui posso reggere, oltre mi spezzo”. E allora si sceglie una versione della realtà che fa meno danni. Si evita di parlare, si evita di sapere, a volte perfino una bugia diventa un analgesico. Non bella, non giusta, ma utile. Per mantenere in piedi il corpo, la vita, gli anni che restano.
Io avrei voluto chiedere, capire. Perché tra mia madre e mia zia non era sempre stato silenzio: si sentivano spesso, si cercavano, c’era mia cugina, c’era un filo. Poi qualcosa è cambiato. Uno screzio, una frattura, una cosa che forse non sapremo mai. E forse non perché mancano le informazioni, ma perché certe dinamiche tra sorelle non sono raccontabili da fuori. Ti mancano sempre dei pezzi. E i pezzi che mancano sono quelli che fanno male.
E lì mi è arrivata addosso una consapevolezza: forse ci sono domande che non dovrò più fare.
Non potrò andare lì a raccontare chi sono oggi, cosa è successo a mia madre, sua sorella. Perché significherebbe strappare quel sigillo. Significherebbe imporre la mia richiesta di verità su un equilibrio fragile, il pretendere di voler capire cose che non sono destinate a me, ma che erano solo per loro, che potevano comprendere solo loro. E io, in quel momento, ho capito che il rispetto non è solo presenza. A volte è anche rinuncia.
È scegliere di non entrare in una stanza, anche se quella stanza ti appartiene.
La Sardegna che conoscevo: mare, spiagge, estate
Per anni, per me, la Sardegna è stata soprattutto una cosa: estate.
Mare. Spiagge. Caldo. Quel tipo di libertà semplice che ti fa credere che l’isola sia solo bellezza e vacanza.
E infatti, anche in questo viaggio, ci sono tornato. Sono andato a rivedere quelle spiagge che ormai d’estate sono una distesa continua di ombrelloni e persone. Quelle spiagge che sui social sembrano sempre perfette, sempre uguali, sempre “da fare”. Ma che nella realtà, quando le vivi davvero, hanno un’anima più profonda.
Sono tornato a Is Arutas.Le spiagge di quarzo. E dentro di me è scattato un confronto inevitabile: la prima volta, anni fa, era un’altra storia. C’erano più sardi, più Cabras, più Oristano. Poi col tempo è diventata famosa, e insieme alla fama sono arrivati i parcheggi a pagamento, la caccia al posto, l’ansia di trovare spazio. L’ho visto bene nel 2021: era quasi impossibile respirare quella bellezza senza sentirla compressa.
Quella volta di dicembre, invece, era tutto diverso.
Is Arutas deserta: quando un luogo si toglie la maschera

Intorno c’era un deserto. Io e qualche figura lontana. Niente caos. Niente rumore. Nessuna corsa.
Era tardo pomeriggio. Luce bassa. Tramonto. E quel tipo di silenzio che non è “assenza di suoni”, ma presenza piena di qualcosa che ti osserva. Ho fatto volare il drone. E lì è arrivata la rivelazione.
Perché da terra non avevo visto quei colori. Non davvero. Non così. Il sole non rifletteva diretto nell’acqua, e proprio per questo l’acqua mostrava una verità diversa: sfumature più profonde, linee che sembravano disegnate, contrasti che dal basso non esistono. Come se quel posto mi stesse dicendo: “tu mi hai sempre guardato, ma non mi hai mai visto”.
E mi sono reso conto che quello era il senso di questo viaggio in moto: tornare in posti conosciuti e scoprirli nuovi. Non perché sono cambiati loro. Perché ero cambiato io.
È come quando togli le maschere a una persona che pensavi di conoscere. E ti accorgi che sotto c’è qualcosa di più vero. Più semplice, più duro, più bello. Oppure più drammatico.
Quella spiaggia deserta, fuori dal contesto classico, lontana dall’immagine che la gente si porta addosso e che io avevo vissuto nelle estati passate, era la Sardegna che non avevo mai incontrato davvero. Era la sua sincerità. Non quella che gli altri la fanno diventare, ma quella che resta quando non c’è nessuno a occupare.
E mentre il drone girava alto e io restavo sotto, ho sentito chiaramente una cosa: la verità dei luoghi arriva solo quando smetti di pretendere, quando non vai lì per “fare” una cosa, ma per lasciarti fare da loro.

Il filo che resta aperto
A Oristano avevo trovato un abbraccio e un limite. A Is Arutas avevo trovato un silenzio che mi aveva parlato. E in mezzo c’era quella sensazione strana: che questo viaggio non fosse fatto di tappe, ma di strappi cuciti male. Di domande lasciate lì apposta. Di cose che si capiscono solo a distanza.
E forse il senso stava proprio lì, in quello che non avevo toccato.
Il vuoto di mia zia, quel sigillo messo sopra ogni cosa, non era un muro. Era uno spazio che le serviva per restare in piedi. E io volevo entrarci, capire, chiedere, pretendere risposte. Per me, non per lei. E la spiaggia era la stessa storia. Is Arutas d’estate, invasa, occupata, consumata da chi ci arriva per prendere qualcosa, per dire “ci sono stato”, per riempire un feed. Come se un luogo dovesse per forza essere goduto, posseduto, esibito. Senza chiedersi se quel luogo, in quel momento, voleva davvero essere toccato.
La solitudine ha una dignità che non rispettiamo quasi mai.Il tempo vuoto ha un valore che non sappiamo riconoscere. Quel silenzio di dicembre sulla spiaggia deserta non era assenza. Era preparazione. Era cura. Era un luogo che si rigenerava, lontano da chi lo consuma senza ascoltarlo.
E io stavo facendo lo stesso con le persone. Volevo entrare nel silenzio di mia zia per il mio bisogno di capire. Volevo risposte che non mi appartenevano. E quel giorno ho visto la somiglianza: invadere un silenzio e affollare una spiaggia sono lo stesso gesto. È l’egoismo mascherato da partecipazione.
A volte rispettare significa restare fuori. Lasciare che il vuoto faccia il suo lavoro. Che la spiaggia resti deserta. Che il sigillo resti chiuso.
E quando inizi a vedere davvero, non puoi più far finta di niente.
Quello che so è questo:in Sardegna, a dicembre, ho iniziato a vedere. Non solo i luoghi, anche le persone. E anche me. Il viaggio prosegue a sud. Prometteva bene, ma i programmi, anche se non li fai davvero, in testa ti si fissano. E come sempre l’imprevisto farà il suo gioco.








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