Chi sono i Non Motociclisti? Uno potrebbe essere questo:
Autogrill di Roncobilaccio, scendo da Vicenza verso Prato. Mi fermo a fare benzina. Casco in mano. Accanto a me, una voce non diretta a me ma abbastanza alta da raggiungermi:“ecco un altro kamikaze.”Pago, mi giro e sorrido guardandolo, rimetto il casco, parto.
Ma quella parola resta lì, sul serbatoio, per diversi chilometri e diverse curve della vecchia A1 dell’Appennino, chiamata oggi “Panoramica”. E mentre guido, penso: scommetto che è lo stesso che in coda allarga di mezzo metro a sinistra appena mi vede nello specchietto. Quella manovra lenta, quasi inconscia (o forse no) per impedirmi di passare. Come se il fatto che io riesca a muovermi fosse un torto personale nei suoi confronti.

A me sa tanto di invidia, quella. L’invidia del non motociclista, di chi ha scelto il quattro ruote e adesso guarda l’orologio, fermo in colonna, mentre io sparisco tra le corsie. L’invidia che non si ammette, e allora diventa giudizio. Diventa “kamikaze”. Diventa quella manovra a sinistra.
E allora me lo chiedo davvero, senza filtri: cosa pensano di noi, quelli che non salgono mai in sella, i non motociclisti?
Il verdetto sui non motociclisti: invidia travestita da giudizio
Quello che pensano gli automobilisti dei motociclisti, in ordine sparso e spesso mossi da invidia: indisciplinati, strafottenti, pericolosi, autolesionisti, arroganti, passano sempre davanti alle code, non hanno problemi di parcheggio, lasciano i mezzi sui marciapiedi.
- Ok, le cose peggiori sono quelle che rimangono sempre in testa, facendo dimenticare le cose positive.
C’è quell’invidia che citavo sopra, in certi commenti. Per il non motociclista è come se la mia mobilità fosse un torto personale. Come se arrivarci prima fosse sleale. Ma dietro l’invidia c’è paura. E la paura, quando non la si nomina, diventa aggressività verbale.
Il cervello che non ci vede, letteralmente
Non è solo pregiudizio. È anche neurologia.
Un team di ricercatori dell’Università di Nottingham ha scoperto che si tende 5 volte più facilmente a dimenticare di aver visto una moto rispetto a un’auto. I ricercatori hanno chiamato questo fenomeno “Saw But Forgot“: la memoria temporanea sovrascrive l’informazione di aver visto una moto con informazioni più recenti e lo fa con frequenza molto più alta rispetto a quanto accade con un’automobile.
L’automobilista, o meglio il non motociclista, non ci vede perché il suo cervello non ci cerca. La moto non rientra nel suo schema percettivo. Non è malevolenza, è meccanismo cognitivo. E questa invisibilità che abbiamo dai non motociclisti ha conseguenze reali ogni giorno, su ogni strada.
I non motociclisti e lo stereotipo che non muore
Il cinema degli anni ’50, la cultura biker americana, la cronaca che quando racconta un incidente in moto non dimentica mai di scrivere “stava andando a folle velocità”, anche quando non è vero, crea un risultato di un’immagine che resiste al tempo: il motociclista ribelle, spericolato, incosciente.

Il problema non è che certi soggetti non esistano. Esistono. Ma esistono anche automobilisti che guidano ubriachi, che usano il telefono, che non guardano negli specchietti, non mettono le frecce. Solo che quando sbaglia un motociclista, sbagliala categoria intera. Quando sbaglia un automobilista, sbaglialui.
Eppure i dati raccontano qualcosa di diverso. Secondo uno studio commissionato da ING, l’82% dei motociclisti afferma che guidare li rende felici, contro il 55% degli automobilisti (precisiamo: non motociclisti, perchè anche io da motociclista sono anche automobilista). E gli studiosi australiani coinvolti nella ricerca hanno concluso che gli incontri con i motociclisti offrono un eccellente contrasto all’isolamento sociale, contribuendo amigliorare la salute mentale.
Chi è davvero il spericolato?
La voce delle famiglie: la paura che non si nomina
C’è una categoria che non compare nei forum, ma che esprime forse il giudizio più netto:i familiari di chi guida la moto.La mamma che aspetta. Il partner che guarda l’orologio. Il padre che non ha mai capito e probabilmente non capirà mai. Per loro il rischio non è astratto: è personale. E quella paura si trasforma spesso in un giudizio morale:sei irresponsabile, non pensi a noi.Classico pensiero dei non motociclisti di cui non possiamo farne colpa. Ho imparato a rispettare quella paura senza lasciarle il comando, capisco da dove viene. Ma in fondo chi è che non rischia a fare qualcosa?
Ho avuto comunque la fortuna che nella mia famiglia il due ruote non è mai stato visto come un “demone”. Mio padre negli anni ’60 girava in Vespa e ha fatto viaggi con amici. Mia madre andava con suo fratello sempre su una vespa. E proprio mia madre ha sempre sostenuto che: “meglio che tu sappia guidare il motorino e usi il tuo che andare dietro a chi lo guida”. E poi si guardava il Superbike, oppure si entusiasmava quando sentiva la Monster del vicino con i Termignoni accendersi e partire.
Ho avuto la vita facile.
E poi ci sono loro. I bambini.
Ho tenuto questa parte per ultima. Perché è quella che ribalta tutto.
I bambini sono attirati per natura dagli oggetti che si muovono, e in particolare da quelli con due ruote. Se passa qualcosa che oltre ad andare su due ruote fa pure rumore, si fermano incantati, lo seguono con lo sguardo, lo imitano. E sorridono con gli occhi spalancati che luccicano. Per i bambini le due ruote si trasformano in un bellissimo destriero o in un fantastico drago. Non vedono il kamikaze. Non vedono il ribelle. Vedono il cavaliere.
Quella è la verità che gli adulti dimenticano. Prima dei pregiudizi, prima del cinismo, anche loro ci guardavano così. Con la bocca aperta. Con la meraviglia intatta.
E al minuto 2.40 del video “Motociclisti Strana Meravigliosa Gente” lo racconta.
Forse il problema non è convincere gli adulti. È che gli adulti non motociclisti si sono dimenticati di essere stati bambini.
Noi no. Ogni volta che accendo il motore, sono ancora quel bambino. Con quella meraviglia intatta.
E quella meraviglia, nessuna parola all’autogrill potrà togliermi.








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