Ho letto un articolo, qualche giorno fa. Uno di quelli scritti bene, con il tono giusto, che però arriva a una conclusione che non riesco a fare mia. Parlava dei motociclisti della domenica, di quelli del giro fisso, delle stesse facce, dello stesso tornante, dello stesso caffè o del panino con il formaggio nel solito bar. E li inquadrava, con una certa eleganza analitica, come prigionieri di una routine mascherata da evasione: la Comfort Zone del Motociclista
Il problema è che io quella comfort zone la conosco bene. E non mi ha mai fatto sentire in trappola.
Il Costo, la Futa, la Raticosa: strade che diventano casa
IlCosto di Asiago, SP349, per giungere allaBarricata 2024, punto di ritrovo ad oggi per me con tanti altri motociclisti, lo conosco ormai curva per curva. Da quando vivo in Veneto, quella salita verso Asiago è diventata uno dei miei riferimenti. Non perché sia la strada più panoramica che abbia mai percorso, ne ho viste di più selvagge, più spettacolari, più silenziose. Ma perché lì so già dove inizia il grip, dove superare e dove conviene non farsi tentare dall’acceleratore.
LaFuta e la Raticosale ho nell’anima da un’altra vita. Sono cresciuto a Prato, ai piedi dell’appenino ToscoEmiliano. Quelle strade le ho percorse che ero ancora giovane abbastanza da non sapere cosa stavo imparando. Adesso lo so, erano la mia scuola. E quando ci ripenso, non mi vengono in mente i chilometri, mi vengono in mente le facce: una comunità, conoscenza e amicizia che si costruiva una curva alla volta. Sempre li, sempre alla stessa ora, giorno e luogo.
La comfort zone del motociclista non è una prigione. È una base.
L’articolo che ho letto coglie qualcosa di reale: sì, molti di noi tornano sempre sullo stesso percorso. Sì, il gruppo è spesso lo stesso. Sì, il bar è quello di sempre, il caffè è quello di sempre, e alle quattro del pomeriggio si è già rientrati.
Ma quello che mi sfugge in quella lettura è il valore di tutto questo.
La definizione dicomfort zonedel motociclista non è il contrario della libertà. È il punto da cui la libertà può partire. Quando conosci una strada a memoria, smetti di guidarla con la testa, la guidi con il corpo. E il corpo, sulla moto, è il posto più onesto dove puoi stare.Non menti. Non ti distrai. Sei lì, presente, in ogni millimetro di asfalto. Ed è esattamente in quello stato, quel flusso che la ripetizione ti regala, che la mente si libera davvero. Non perché stai scoprendo qualcosa di nuovo, ma perché non stai difendendoti da nulla.
Questa èmoto-terapia.Non la versione romantica da citare sui social. Quella vera, sedimentata, che trovi soltanto quando hai percorso la stessa strada abbastanza volte da non doverci più pensare.
Le solite facce. I futuri compagni di viaggio.
C’è un’altra cosa che quella lettura lascia fuori.

Quelle facce che si ritrovano ogni sabato mattina allo stesso distributore, che si salutano con il casco ancora in testa, che sanno già chi prende lo zucchero e chi no, quelle facce non sono un limite. Sono un capitale.
Ho imparato, in trent’anni di sella, che i viaggi più belli non nascono da un’idea solitaria. Nascono da una conversazione sotto un cielo che promette pioggia, appoggiati alla moto, con il caffè ancora caldo in mano. “E se quest’estate…” “Io ho sempre voluto fare il Furka.” “Mia moglie mi lascia libero tre giorni a settembre.”
È lì che succede. Non in un’app di pianificazione. Non in un forum. In quel momento esatto, con quelle persone, su quella stessa strada che percorrete ogni settimana. La routine è il terreno. L’avventura è quello che ci cresce sopra.
Ripetere non è rinunciare
C’è una psicologia della ripetizione che vale la pena riconoscere, senza farla diventare una diagnosi. Tornare sullo stesso percorso, ritrovare le stesse persone, ripetere il gesto di infilare i guanti nello stesso ordine ogni volta, tutto questo costruisce una struttura. E la struttura, in una vita che fuori dalla sella è spesso imprevedibile e rumorosa, ha un valore che non si misura in chilometri.
Non è debolezza. È equilibrio.
Il motociclista che torna ogni domenica sullo stesso giro non sta evitando la vita. Sta scegliendo, con consapevolezza, uno spazio che conosce abbastanza bene da poterci andare con la guardia bassa. E con la guardia bassa, le cose si sentono davvero. Il vento, la luce che cambia stagione dopo stagione sullo stesso tornante, il suono del motore che si comporta diversamente a febbraio e ad agosto.
Non è routine. È ascolto.
Il trampolino è sempre lì
Le panchine del quartiere erano la mia Comfort Zonequando avevo vent’anni. LaRaticosaera la mia comfort zone quando avevo trent’anni. Adesso ho percorso il Peloponneso, le Alpi Svizzere,il Passo Manghen con il ghiaccio ai bordi della carreggiata. Il Rolle innevato, la Francia sotto la Pioggia.
Oggi la mia Comfort Zone del Motociclista è il Costo di Asiago con laBarricata 2024
Quel coraggio non è venuto nonostante la ripetizione. È venuto attraverso di essa.
Ogni volta che ho conosciuto una strada abbastanza bene da sentirmi sicuro, quella sicurezza si è trasformata in spazio per osare qualcosa di più. Ogni volta che ho trovato un gruppo affidabile nel giro di casa, quel gruppo ha finito per organizzare qualcosa di più grande.
La Comfort Zone del Motociclista è il punto di partenza. Non il punto di arrivo.
E il prossimo sabato mattina, quando mi troverò di nuovo al solito posto con le solite facce, non starò evadendo da nulla. Starò ricaricando. Starò ascoltando. Starò raccogliendo le parole giuste per la prossima partenza.
Quella vera. Quella che stiamo già pianificando, senza saperlo ancora.








One response
[…] E poi c’è la comunità. Non quella dei social, non quella degli influencer in sella a moto che non hanno mai visto la pioggia. La comunità vera: quella che si forma al distributore sotto un cielo grigio, quella che si riconosce con un gesto della mano su una statale che non porta da nessuna parte di famoso, quella che non ha bisogno di spiegarsi perché ha già capito tutto, e senti come una sorta di Comfort Zone del Motociclista. […]