Hai visto quella scena. Lo so che l’hai vista. Niente Action-cam, ben altro ha catturato le scene.
Tom Cruise che piega tra il traffico di Parigi, la carrozzeria che sfiora il guardrail, la città che scorre come un quadro impressionista a cento all’ora. Hai trattenuto il respiro. Hai stretto i braccioli della poltrona.
Ma c’era qualcuno che quella scena la stava vivendo dall’altro lato. Non davanti alla telecamera dentro la telecamera. In sella a un’altra moto, a pochi metri da Cruise, con decine di chili di attrezzatura cinematografica montata sul telaio, una camera stabilizzata puntata sull’attore, e la concentrazione di chi sa che uno sbaglio di traiettoria di trenta centimetri non rovina solo la scena. Rovina tutto.
Quel pilota si chiamaKieran Clarke. E quello che fa è una disciplina che lui, in larga parte, ha inventato.
Il Pilota che non Vince, ma Senza di Lui Nessuno Vince
Nei titoli di coda di Mission: Impossible Rogue Nation, Fallout e Dead Reckoning, il suo nome compare alla voce “stunts”. Poche lettere. Nessun primo piano. Nessun red carpet.
Clarke è un ex campione di motocross e pilota di Superbike mondiale. Quando un infortunio lo ha tolto dalle piste, non ha cercato un’uscita di sicurezza. Ha cercato una strada diversa. E l’ha trovata nello spazio che separa l’attore dalla telecamera.

La sua soluzione si chiamaE-tracker: una moto elettrica, silenziosa, priva di vibrazioni meccaniche, trasformata in piattaforma cinematografica mobile. Il problema che ha risolto è semplice nella forma e brutale nei dettagli: girare una scena di inseguimento con una moto tradizionale significa vibrazioni che degradano l’immagine, rumore che distrugge l’audio, impossibilità di riposizionare la telecamera senza fermarsi. Clarke ha preso un mezzo elettrico e l’ha ridisegnato pezzo per pezzo finché non era, contemporaneamente, una superbike a 160 km/h e un dolly cinematografico di precisione.
Wade Eastwood, stunt coordinator di Cruise, lo dice senza giri di parole:“Lo uso in tutti i film perché offre riprese incredibili e la sua guida è di classe mondiale.”
Chi ha la Action-cam attaccata al Casco, allo Specchietto, al Manubrio e probabilmente anche allo Stivale
C’è una fotografia che vale più di mille parole sul rapporto tra motociclismo e cinema. La scatta una rivista di settore, in bianco e nero, con la brutalità estetica delle cose vere:David Eggby, direttore della fotografia diMad Max, è seduto a ritroso sul sellino posteriore di unaKawasaki Z1000, senza casco, con una cinepresa professionale puntata sul mondo che scorre. A guidare c’è Terry Gibson dei Vigilanties MC, veri motociclisti, non comparse. La moto è quella di Goose, personaggio destinato a diventare leggenda.

Siamo nel 1978, in Australia, sul set di quello che sarebbe diventato uno dei film più influenti della storia del cinema. Niente drone, niente steady-cam, niente effetti digitali. Solo un uomo in equilibrio sul ferro, l’occhio incollato al mirino, e la strada che passa a pochi centimetri dalla vita. Eggby non stava solo riprendendo: stavasentendola moto. Ogni vibrazione del motore diventava un fotogramma. Ogni curva, una decisione visiva. È così cheMad Maxha ottenuto quella tensione viscerale impossibile da replicare in studio: perché la macchina da presa eradentrola scena, non davanti ad essa.
Oggi noi motociclisti lo sappiamo. C’è chi parte per un weekend in moto con le action-cam su ogni superficie orizzontale di corpo e moto, trasformandosi in un satellite di ricognizione su due ruote. GoPro sul casco. Insta360 sullo specchietto, altra Action-cam sul serbatoio. Il tutto per filmare 400 chilometri di statale in cui non succede quasi niente, tranne quella volta che un cinghiale ha attraversato e, naturalmente, non era la cam giusta puntata nella direzione giusta.
Kieran Clarke, nel frattempo, monta un sistema di stabilizzazione giroscopica con attuatori lineari elettrici, bracci telescopici controllati da remoto e obiettivi che costano più della nostra moto intera, su un telaio ridisegnato da zero, per inseguire Tom Cruise a velocità che noi guardiamo solo al cinema. La differenza tra noi e lui non è solo tecnica. È filosofica. Noi vogliamo ricordare il viaggio. Lui vuole che il viaggio sia indimenticabile per chi non c’era. In fondo, forse, è la stessa cosa. Con budget leggermente diversi.
Quello che la Moto Rivela Sempre
C’è qualcosa che mi colpisce di Clarke più della tecnica e dei film. È la fedeltà. Quando le corse non erano più possibili, avrebbe potuto lasciare andare la moto. Molti lo fanno, la sella diventa ricordo, poi oggetto appeso in garage. Lui no. Ha cambiato linguaggio, dalle piste ai set, dai tempi sul giro ai tempi di scena, ma è rimasto in sella. La moto, per chi ha davvero capito cosa significa guidare, non è mai stata solo un mezzo per arrivare. È uno spazio in cui non puoi mentire a te stesso. La strada te lo dice subito: se sei teso, la guida è rigida. Se sei centrato, tutto scorre. Non esistono filtri tra chi sei e come vai.
Clarke ha costruito un mestiere intorno a questa verità. Ha trasformato la sua fedeltà in una disciplina nuova, in un ruolo che non esisteva, in scene che milioni di persone ricordano senza sapere che lui era lì.
La prossima volta che una sequenza in moto ti blocca il respiro, pensa all’uomo dall’altro lato dell’obiettivo.
Anche quello è motociclismo. Forse il più puro di tutti, perché non corre per arrivare primo. Corre perché la scena sia vera.








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