2 maggio. Caffè, passeggio per casa con ancora nessuna convinzione di essere sveglio.Prendo il cellulare: una notifica di un commento sull’ultimo articolo scritto sul servizio di Report dei guardrail, pubblicato su un gruppo Facebook di motociclisti, seguita da una richiesta di amicizia. Mi stupisce il nome, ma è proprio lei. Poi altri commenti da approvare qui sul blog. Poi, tra le news, mentre avvio la macchina del caffè, un nome mi fa dimenticare tutto il resto: “Morto Alex Zanardi, l’ex pilota e atleta paralimpico aveva 59 anni”.
Ho riletto quel titolo. Mi sono sorte delle domande. Perché, innanzitutto. Poi, cosa ci hanno nascosto fino a oggi, in questi anni? Ho pensato poi a come sia strana la vita, costellata di situazioni che appaiono coincidenze, ma che alla fine, pur sembrando tali, sono parte di domande e risposte su cui si deve far tesoro.Le coincidenze di questi due giorni, tra un articolo e questo, sono particolari.
Quello che i guardrail ci tolgono
Valeria l’ho raccontata il 30 aprile nell’articolo sui guardrail e i motociclisti.
Era il 30 luglio 2019. Stava tornando con Paolo da una giornata con gli amici, sulla Kawasaki, sulla statale tra Colfiorito e Foligno. All’uscita di una galleria una luce li ha presi in pieno. La moto è scivolata sotto il guardrail. Paolo non c’è più. A Valeria il paletto ha tranciato un braccio. Una gamba pendeva da un pezzetto di pelle.
In televisione, aReport, Valeria non urlava. Non accusava. Diceva una cosa sola, con quella voce di chi ha già esaurito le lacrime: “Quando uno vede il guardrail, pensa di essere un po’ più al sicuro.“
Valeria non è un caso isolato. Ci sono strade in Italia dove gli stessi paletti, lamiere, hanno già colpito due, tre, quattro persone. E i dispositivisalva-motociclisti, quelli che esistono, che costano meno di quanto si pensi, previsti da un decreto del 2019, su quelle strade non ci sono ancora.
I guardrail non tolgono solo le vite. Tolgono arti. Tolgono la forma che avevamo. Ci lasciano in piedi, a volte, con meno di prima. Con qualcosa che manca e non torna.
Quello che Alex Zanardi, senza saperlo, ci ha già restituito
Non è una storia di motori. Non è neanche una storia di sport. È una storia di protesi.
Quando Alex Zanardi perse le gambe al Lausitzring, nel settembre 2001, arrivato alCentro Protesi INAIL di Vigorso di Budrionon si limitò a farsi misurare e assemblare. Studiò le protesi disponibili. Le smontava. Le faceva rifare. Testò peso, rigidezza, conformazione. Si fece costruire qualcosa che non esisteva, perché ciò che esisteva non gli bastava.

Nel 2018, insieme a quel centro, presentò il progettoHandbike Kneeler: una handbike con posizione inginocchiata, pensata per amputati agli arti inferiori che il mercato non serviva ancora. Lui fu il primo sperimentatore. Individuò la postura ottimale, fece da tutor ai tecnici, testò sul proprio corpo quello che poi sarebbe andato sui corpi degli altri. E prima ancora, nel 2005, aveva fondato Bimbingamba: protesi per i bambini che non potevano permettersele.
C’è un altro nome che appartiene a questa storia, e va detto.Luca Falconera di Verona, trentacinque anni. Nel 2016 un’auto lo investì mentre tornava a casa dal lavoro in moto: un anno a letto, due anni di fisioterapia, quaranta interventi chirurgici. Nel 2019 i medici decisero di amputargli la gamba sinistra. Gliela misero una protesi, e lui tornò in sella. Con la moglie Giulia fondò Karma on the Road: raccogliere protesi usate o dismesse in Italia, riadattarle, portarle ai centri riabilitativi africani. Un pensiero fisso ai bambini soldato, ai bambini mutilati dalle mine, a chi la guerra aveva tolto un arto e la pace non aveva restituito niente. In quattro anni, quasi seicento protesi donate. Nel marzo 2024 era in Angola, sulla sua Honda Africa Twin, in viaggio verso Cape Town. Sei giorni prima aveva scritto: “Oggi compio 35 anni e sono da solo in mezzo all’Africa, su una moto piena di fango e senza una gamba. Ora sono tremendamente felice, perché il successo è essere liberi di essere se stessi.” Un camion scartò sulla sua corsia. Non ebbe il tempo di evitarlo.
Alex Zanardi aveva perso le gambe e aveva reso le protesi migliori per chi sarebbe venuto dopo. Luca Falcon aveva perso una gamba, aveva preso quelle protesi e le aveva portate su una moto fino in Africa. Due storie diverse, la stessa direzione.
Quando Valeria ha aperto gli occhi in ospedale e ha scoperto che il braccio e la gamba non c’era più, le protesi che le hanno permesso di riprendere una vita erano migliori di quelle che avrebbe trovato vent’anni prima. In parte, per quello che Alex Zanardi aveva fatto su se stesso. In parte, forse, per quello che persone come Luca Fanton avevano capito guardandolo.
Non si è fatto martire. Non si è nutrito di vittimismo.
C’è un tipo di dolore che si può usare in due modi. Lo puoi indossare come un mantello, esporlo, farne la tua identità pubblica, nutrirtene. Oppure puoi portarlo dentro, trasformarlo in qualcosa di diverso, e smettere di chiedere alla vita di fermarsi mentre tu ti rimetti in piedi.
Alex Zanardi aveva scelto la seconda strada. Senza retorica, senza proclami, senza fare del suo corpo mutilato uno strumento di commozione facile.
Al Centro Protesi, un giorno, si trovò con un giovane che aveva il suo stesso problema. Guardarono il ragazzo, guardarono se stesso, guardarono chi stava con loro. E disse: “Ecco tre uomini e una gamba. Ci potremmo fare un film.” E giù risate.
Quella non è forza di volontà. È la forma più rara di coraggio che esiste: riuscire a ridere del proprio corpo menomato davanti a chi sta iniziando a fare i conti con lo stesso dolore. Togliergli il peso senza negargli la realtà.
Due anni dopo l’incidente, tornò al Lausitzring. Non per gareggiare. Per completare i tredici giri rimasti sospesi nel settembre 2001. Il suo giro più veloce: 37 secondi e 487 millesimi. Abbastanza per qualificarsi quinto in griglia nella gara ufficiale.
Con le protesi.

Il poi e Alex Zanardi
Qualche mese fa ho scritto di quella mattina all’ambulatorio, in quell’articolo in cui il tempo smette di aspettarti.Il medico che sposta gli occhiali, guarda il monitor, poi guarda me e dice: “Massimo, a cinquant’anni il corpo cambia.” Sono uscito e mi sono seduto sulla K1600 senza partire. Ho pensato ai poi che avevo accumulato. Alle uscite in moto spostate. Ai viaggi diventati “dopo”. Alle persone a cui avevo detto “poi ci sentiamo” e poi non c’era stato un poi.
Poi sistemato le cose del lavoro. Poi quando avrò più tempo. Poi quando sarà primavera. Poi, poi, poi.
E sapete cosa c’è nel poi? C’è il vuoto.
Alex Zanardi ha vissuto quel vuoto in modo più violento di qualsiasi cosa io possa immaginare. Ha perso le gambe a 34 anni. Si è svegliato in un letto d’ospedale a Berlino con meno di un litro di sangue in corpo, dopo sette arresti cardiaci, e quello che aveva costruito fino a quel momento era finito in modo definitivo e brutale. Eppure non è rimasto fermo nel poi. Non ha aspettato che le condizioni fossero giuste. Ha preso quello che c’era, un corpo nuovo e sconosciuto, e ci ha ricominciato a costruire sopra.
Ho letto una frase sua che mi è rimasta dentro, in tutti questi anni: “È possibile che se il fulmine mi è arrivato tra capo e collo una volta mi colpisca nuovamente. Ma rimanere a casa per evitare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere. Quindi no, io la vita me la prendo.”
Tutto è possibile? Sì, ma non a prescindere da te
Ho scritto anche di questo: quella frase che scalda il petto, e la domanda onesta che le viene dietro. È vera? Davvero tutto, per tutti, allo stesso modo?
Alex Zanardi sembra la risposta più ovvia. L’esempio perfetto: vedi? Basta volerlo. Basta crederci. Ma io penso che non fosse l’esempio di “tutto è possibile” nel senso in cui si usa quella frase sui poster motivazionali. Era l’esempio di quanto sia più vasto il campo delle possibilità rispetto a quello che immaginiamo quando stiamo seduti fermi. Non aveva fatto tutto. Non poteva fare tutto. Non poteva correre la Formula 1 senza gambe: l’ha accettato e ha trovato l’handbike. Non poteva insegnare il paralimpismo a voce: l’ha fatto col corpo, vincendo.
La differenza non era nel “tutto”. Era nell’ostinazione calibrata: sapere dove spingere, sapere dove cedere, e non confondere i due.
Questo vale per noi, in sella. Sappiamo, chi ha passato i cinquanta, che il corpo cambia. Sappiamo che certe curve vanno affrontate diversamente. Sappiamo che i riflessi non sono quelli dei vent’anni. Sappiamo, chi ha letto la storia di Valeria, che la strada ha un margine di errore che non sempre dipende da noi. Ma sappiamo anche cheValeria è tornata a fare trekking, con una protesi e una stampella.

In moto andiamo lo stesso. Perché non è incoscienza. È che la moto è parte di quello che siamo, e amputarla dalla nostra vita quando le condizioni si fanno incerte sarebbe un’altra forma di perdita. Silenziosa, che nessuno racconta, ma che pesa.
Quello che ci resta
Obiettivo3, l’associazione che Zanardi fondò nel 2017 per avviare atleti disabili allo sport paralimpico, alle Paralimpiadi di Parigi 2024 ha portato dieci atleti in quattro discipline. Tre bronzi, un argento. Lui non c’era. Era a Padova, in silenzio, da quasi quattro anni. Ma il progetto sì.
Questo è ciò che succede quando qualcuno non aspetta che le condizioni siano perfette per costruire qualcosa. La cosa sopravvive a chi l’ha creata.
Vi chiedo qualcosa, e voglio che ci pensiate davvero: c’è qualcosa che state aspettando di fare finché le condizioni non saranno giuste? Un viaggio. Un’uscita. Una telefonata. Un percorso in moto che avete in testa da anni e non avete ancora dato una data?
Alex Zanardi aveva perso entrambe le gambe e stava già pensando a come tornare in pista. Noi abbiamo la moto in garage, il casco appoggiato nello scaffale e aspettiamo che smetta di piovere.
Le chiavi sono lì.
Adesso o dopo è una scelta che facciamo ogni giorno. Lui quella scelta l’ha fatta con un litro di sangue in corpo e sette arresti cardiaci alle spalle. Noi la facciamo con molto meno di fronte.
Non so cosa accadrà dopo. Non lo sapeva neanche lui. Ma lui non l’ha aspettato.








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