L’Acquacheta, quella curva e tutto quello che è rimasto

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Maxmoto - since 1975 | L'Acquacheta in moto: la curva sull'Appennino tosco-romagnolo e i suoi ricordi
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C’è una curva sull’Appennino tosco-romagnolo che conosco da quando avevo dieci anni. Non la conosco come la conosce un motociclista.La conosco nel modo in cui si conosce la voce di qualcuno che non si sente da troppo tempo: arriva e sai già cosa ti dirà. Questa è curva sul ponte davanti all’ingresso dell’Albergo Acquacheta, a San Benedetto in Alpe.

L’Acquacheta rovina i ponti?

Sono stato qua a fine maggio, nel weekend del ponte del 2 giugno. E ho osservato quel ponte, quelle curve. E le moto che passavano, tra cui molti stranieri chiamati per lo più dal Motomondiale che si teneva al Mugello.

Ho passato forse tutto il pomeriggio, senza pensieri, a sentire il silenzio interrotto dal rombo delle moto. Un silenzio accompagnato dal fruscio dello scorrere del fiume. Un silenzio che mi ha cullato pensieri e i tanti ricordi di questo luogo.

Acquacheta - Maxmoto: quella curva e tutto quello che è rimasto

Il fiume si chiama Acquachetascorre sotto al ponte, come faceva quando io e mio fratello costruivamo dighe di sassi nel pomeriggio e i pullman con i turisti ci passavano sopra con i loro clacson e il fracasso dei motori in salita.

Quei clacson delle corriere che rasentavano le pareti dell’albergo, con la veranda del ristorante che ti faceva vedere bene chi era a bordo, e a volte ci scappavano pure dei saluti. E poi le moto, che arrivavano da lontano, si sentivano già dal rombo e poi spuntavano in piega sulla strada, dalla parte opposta del ponte, che scendeva dal passo del Muraglione.

Dal 1985, per qualche anno, venimmo qui ogni estate. Io avevo dieci anni, mio fratello sette, e il caldo di Prato spingeva su, verso questa montagna fresca, verso Maria e i suoi funghi porcini, verso Carmine che tirava la sfoglia a mano. Il lusso era quello: una settimana, forse dieci giorni, a sfuggire all’afa cittadina.

Il fiume Acquacheta (Dante lo cita con la sua cascata nellaCommedia) in quel nome c’è già tutto: un’acqua che scorre quieta prima di buttarsi giù. Da bambino conoscevo poco del sommo poeta, dalla scuola con le elementari che stavo finendo. Sapevo dove stare attento quando ero in acqua per non scivolare, alle bisce tra le alghe, dove la corrente era più fredda, dove costruire la diga con sassi e alghe in modo che tenesse.

E sapevo di quella curva.

Di giorno era un concerto. I pullman dei turisti che salivano da Forlì verso Firenze, e sostavano qua per il pranzo per poi ripartire. E poi loro: le moto.

Non lo sapevo ancora, ma stavo imparando la domanda giusta.

Queste moto mi apparivano inclinate, all’imbocco del paese prima del ponte, che passavo e mi sembrava impossibile. Mi chiedevo come facessero a non cadere. Come potesse esistere quell’equilibrio precario, io che mi immaginavo in bici e che mi sentivo cadere se provavo a inclinarle la bici così. Me lo chiedevo ogni giorno, appoggiato alla ringhiera del ponte o sotto il patio del bar dell’albergo, insieme ai vecchiotti che giocavano a carte, in un parlare a me incomprensibile.

Acquacheta - Maxmoto: quella curva e tutto quello che è rimasto

Oggi quella curva è quasi silenziosa sopra al fiume Acquacheta. I pullman di turisti non fanno più la spola tra il mare di Rimini e le città toscane, almeno forse non come un tempo. La sosta qui per il pranzo ai funghi porcini di Maria non esiste più. C’è ancora l’albergo, il bar, il ristorante, passato al figlio Nicolò. Ma il flusso si è ritirato come certi torrenti d’estate, lasciando l’alveo asciutto e la forma di quello che fu.

Eppure ci torno. Non ogni anno, ma abbastanza spesso da poter dire che è un appuntamento, non una coincidenza. Scendo nel dedalo di strade dell’Appennino romagnolo, prendo le curve che portano verso Forlì o quelle che salgono verso il Muraglione, e ad un certo punto eccola. La curva sul ponte. Il suono del fiume sotto.

Tutto è rimasto quasi uguale, e questa è una cosa rara. In quarant’anni ho visto sparire troppi posti che mi avevano formato. Luoghi che nella memoria hanno ancora la consistenza di qualcosa di solido e nella realtà sono diventati altro, o peggio, sono scomparsi del tutto. Qui no. Qui il tempo ha lasciato le cose al loro posto.

L’Acquacheta per me non ha rovinato i ponti

E questa stabilità ha un peso specifico che non so spiegare altrimenti: è un porto sicuro.

Non lo dico come metafora. Lo dico perché quando arrivo in quella curva e parcheggio la K1600GT, scendo e guardo il fiume, sento qualcosa che si allenta. Qualcosa che era teso senza che me ne accorgessi. È la stessa sensazione che ho letto da qualche parte descrivere come “ritorno alle origini”, ma quella formula mi sembra troppo ordinata per quello che succede davvero. Non è un ritorno, è un riconoscimento. Come quando vedi qualcuno dopo anni e capisci che non ha cambiato il modo di muovere le mani.

Acquacheta - Maxmoto: inizia 1900
Acquacheta - Maxmoto: albergo e piazza

Ho imparato a guidare una moto molto dopo quei pomeriggi sul fiume. Ma la voglia, quella, è nata lì. In quella curva, appoggiato alla ringhiera, guardando quei centauri inclinarsi come se la forza di gravità fosse una questione da trattare, non da subire.

Adesso so quello che allora non sapevo. So che quella fiducia nell’inclinazione si costruisce chilometro dopo chilometro, che lacomfort zone del motociclistanon è un punto fisso ma un confine che si sposta, che l’equilibrio precario che vedevo da bambino è in realtà l’equilibrio più stabile che conosca.

E so che certi bambini, quando vedono passare una moto, si agitano e salutano. L’ho letto, l’ho visto, l’ho vissuto in prima persona su quel ponte. Quei bambini non sanno ancora cosa stanno salutando. Stanno salutando una risposta a una domanda che non si sono ancora fatti.

Il fiume Acquacheta scorre ancora. Porta con sé l’acqua di queste montagne e le voci di Dante e i sassi delle dighe che costruivamo io e mio fratello e il rumore delle moto in curva sul ponte.

Alcune cose non hanno bisogno di essere conservate. Continuano da sole.

Autore

  • Maxmoto

    Massimo — Maxmoto since 1975
    Sono in sella dal 1990, da un Aprilia SR50  trasformato in officina. Poi un 125 fino alla BMW K1600GT con sei cilindri in linea che risponde come risponde un vecchio amico. Nel mezzo: una Honda CBF 600, una Yamaha FJR 1300 con oltre 225.000 km insieme, curve alpine, passi dolomitici, la Sardegna, la pioggia, il freddo alle caviglie e tutto ciò che sta in mezzo. Oltre 400.000km
    Negli anni ho seguito diversi gruppi e associazioni che si occupano di sicurezza stradale, di sensibilizzazione sui sistemi di sicurezza e di un abbigliamento adeguato alla guida in moto.
    Scrivo di moto-terapia perché l'ho vissuta prima di darle un nome. Se sei arrivato fin qui, probabilmente sai già di cosa parlo.
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8 Responses

  1. Un articolo bellissimo che fa commuovere, ringrazio anche per la menzione di me e i miei genitori e le belle parole!!!!
    Un abbraccio

  2. Anche io sono nata a San Benedetto, ho i genitori lì e per me quel luogo è casa, che me dici tu” un porto sicuro. Bellissimo il tuo articolo e il tuo racconto e’ perfetto descrivendo ogni cosa e ogni momento minuziosamente e alla perfezione. Bellissimo!!!♥️

  3. Stupendo articolo, sembrava che raccontavi la mia infanzia a San Benedetto a mangiare il risotto ai funghi dal nostro Carmine e Maria che ti brontolava perché facevi confusione 😅 stare in veranda a giocare a carte con gli amici e guardare il via vai di turisti che passavano sulla curva … quando riesco a tornare lì mi sembra di tornare bambina ed è una sensazione stupenda perchè non è cambiato molto ed è raro che succeda ormai ❤️ mancano tanto le estati all’Acquacheta 😊🥰

    • Grazie. È bello trovare persone che come me hanno vissuto questi luoghi. Magari eravamo negli stessi periodi li e, chissà, forse abbiamo condiviso qualche gioco assieme al parchetto.

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