Ci sono state estati in cui partivo con tutto già deciso. Meta, tappe, hotel prenotati due mesi prima perché in agosto si sa come va. La moto era carica, la giacca tecnica era quella giusta, il meteo prometteva bene. Eppure, quelle vacanze in moto mi trasmettevano qualcosa che non tornava. Non era eccitazione, era qualcosa di più simile all’ansia:spero che vada tutto come voglio, spero di rilassarmi davvero, spero che questo viaggio sia quello che mi aspettavo.
Spero. Spero. Spero.
Eppure, non è mai così, il sabato mattina, quando prendevo la moto senza un piano preciso.
L’ansia di chi vuole godersi le ferie
C’è un meccanismo strano in quello che chiamiamo vacanza. Più la desideri, più la pianifichi, più ci metti sopra l’aspettativa di staccare, rigenerarti, ritrovarti, e più quella vacanza diventa un’impresa da portare a termine. Quasi una prestazione.
Il benessere spontaneo che conosco in sella, quello che arriva da solo dopo quaranta minuti di strada libera, non funziona su prenotazione. Non si merita, non è il premio di undici mesi di lavoro. Arriva quando smetti di cercarlo, quando sei già dentro la curva prima ancora di capire che stai guidando davvero.
Mettici sopra quattordici giorni di aspettative accumulate, e stai lavorando contro di te. Il benessere in sella è selvatico: vive nello spazio della spontaneità, non dentro un itinerario con i cambi di direzione concordati la sera prima. Le vacanze in moto accentuano quelle aspettative, senso del diritto di essere in ferie.

Devo andare in vacanza, o voglio andare in moto?
Ogni estate, prima di partire, vale la pena fermarsi un momento su questa domanda. Non è una questione retorica.
La prima variabile è la più comune e la meno ammessa: parto perché è agosto, perché ho due settimane di ferie che scadono, perché tutti partono e chi non parte sembra che abbia qualcosa che non va. La vacanza come obbligo sociale. La moto come mezzo per compierlo. In questo schema, la moto è efficiente quanto una berlina familiare: ti porta da un posto all’altro, fa caldo, in autostrada è rumorosa, e quando arrivi sei stanco.
La seconda variabile è quella che ogni motociclista si racconta almeno in parte: parto perché finalmente posso usare la moto come voglio, senza il vincolo del weekend, senza dover rientrare domenica sera.
La terza è la più onesta, e quella che pochi si fanno: sono davvero in vacanza come voglio? Con chi voglio? Sto facendo il viaggio che ho scelto io?
Quelle risposte cambiano il tipo di stanchezza con cui si torna, e il tipo di benessere che si trova o non si trova.
Agosto in moto: quando il rimedio diventa il problema
C’è un elemento che raramente si cita, ma che chiunque abbia girato in moto d’estate conosce bene: agosto in sella ha le sue controindicazioni.
Il caldo. Non quello piacevole di un mattino di giugno a quota mille, ma il caldo fermo dell’entroterra a luglio, quaranta gradi sull’asfalto, la giacca tecnica addosso perché deve esserci, il calore del motore alle fermate. Nessuno che scrive di mototerapia ne parla volentieri, ma fa parte dei viaggi in moto estivi quanto i tramonti sul mare.
Il traffico. Se hai mai provato le Cinque Terre in agosto, o la Costiera Amalfitana, sai già di cosa parlo. La moto in colonna è un ossimoro. Tutto quello che rende terapeutica la guida, il ritmo, la traiettoria, il dialogo con la strada, sparisce nel momento in cui vai a passo d’uomo dietro una fila di camper con targa tedesca, o le SW stracarica con la famiglia isterica a bordo. L’esempio più eclatante di cosa è fare le vacanze estive perché si devono fare.
Significa che se cerchi il benessere in sella, agosto te lo complica. E se partivi già con l’aspettativa alta e l’ansia di ritrovarti, la somma non aiuta.

Quando le vacanze in moto diventano un’altra cosa
Eppure c’è qualcosa che il viaggio estivo, quello lungo, può regalarti e che il giro del weekend non potrà mai darti.
Quando hai davanti quattro, cinque, dieci giorni di strada, cambia la misura del tempo. Il giro del sabato ha un perimetro: sai quando finisce, sai che devi rientrare. Il viaggio lungo non ha questo limite. Puoi improvvisare. Puoi fermarti un’ora in più in un posto che non sapevi esistesse. Puoi svegliarti la mattina e cambiare direzione senza che cambi niente di importante.
In quella libertà di tempo, se riesci ad arrivarci, succede qualcosa di diverso dal benessere del weekend. Non ti svuoti la testa: cominci a sentirti. Senti chi sei quando togli la routine, quando non hai il telefono pieno di cose da fare, quando la prossima curva non sai dove porta e non ti spaventa. Senti dove sei davvero, non solo sulla mappa. E cominci ad andare oltre l’arrivo: non stai più guidando verso qualcosa, stai guidando e basta.
Il problema è che per arrivarci serve tempo interiore, non solo chilometri. E se parti già stanco, con mesi di aspettativa sulle spalle, quei primi giorni li usi solo per portarti al punto di partenza. Arrivi all’equilibrio il giorno prima di tornare.

La mototerapia funziona d’estate?
Funziona. Ma chiede condizioni che l’estate complica.
Chiede una partenza senza troppo peso sulle spalle. Chiede un itinerario abbastanza libero da permettere l’imprevisto. Chiede di smettere di misurare il viaggio con i parametri della vacanza tradizionale: quante cose ho visto, quanti chilometri ho fatto, se mi sono riposato abbastanza.
Non è la stagione che decide se la moto cura. È il modo in cui sali in sella.
La vacanza in moto più difficile è quella in cui sei convinto che sia la moto a doverti guarire. La più riuscita è quella in cui hai già smesso di aspettarti di guarire, e stai solo guidando.
Quanto cambia la presenza di un passeggero su tutto questo, e quanto diventa più complicato trovare quello spazio interiore quando la sella è condivisa, è un discorso a parte. Ne ho scritto nell’articolo sulla zavorrina. Lì si capisce perché certe vacanze in moto lasciano più domande di quelle con cui si è partiti.








One response
[…] in un obbligo stagionale più che in un vero recupero. (Se non l’avete letto, è qui: Vacanze in moto, ci si rilassa davvero?) Il rientro dal mare del weekend è lo stesso meccanismo, in scala ridotta: si va perché è […]