C’è una parola che usiamo troppo in frettaquando qualcuno, dopo una perdita, torna a fare quello che amava, come tornare in sella:Eroe.
La diciamo con ammirazione, con rispetto, convinti di fare una cosa buona. Ma Emiliano Malagoli, presidente diDi.Di. (Diversamente Disabili), nella prefazione a“Le mie dueruote” di Albert Milanesela smonta in poche righe, con una lucidità che mi ha fatto fermare: le persone con disabilità che fanno cose straordinarie non vogliono essere chiamate eroi, perché la parola eroe allontana, non avvicina. Crea piani distinti e separati, finendo per autorizzare l’altro a rinunciare ai propri obiettivi se crede di non potercela fare.
Chi vede un eroe sa già che non potrà mai essere come lui. E smette di provarci.

Tornare in sella: una domanda senza risposta facile
Quello che mi interessa non è il campione irraggiungibile. È la persona comune che un giorno si ritrova con qualcosa che manca, guarda quello che resta, e decide che basta per continuare.Basta per tornare in sella.
Milanese ha scritto il suo libro esattamente per questo. Non per diventare un simbolo, non per dimostrare niente a nessuno: per raccontare che dopo un incidente, con una disabilità fisica, scelse di continuare a seguire la sua passione per la moto. Malagoli nella prefazione fa una distinzione che prima del suo incidente nemmeno lui faceva: disabilità e handicap non sono la stessa cosa. La disabilità è una condizione oggettiva, manca una gamba, manca un braccio, qualcosa nel corpo funziona diversamente. L’handicap, invece, riguarda quello che quella disabilità ti impedisce di fare nella vita concreta, e quel grado non è fisso.
Il progetto Di.Di. lavora esattamente su questo confine: ridurre l’handicapattraverso adattamenti tecnici, protesi speciali, regolamenti che permettano a chi ha una disabilità di guidare la moto come chi non ce l’ha. Quando funziona, scrive Malagoli, il pubblico vede dei piloti che difficilmente si distinguono dai normodotati. La disabilità resta ma non si vede più.
La moto come estensione della parte che manca, e non metafora: meccanica.
Valeria, il guardrail e la strada di ritorno
Ne ho scritto qualche settimana fa, e ancora non riesco a togliermela dalla testa.
Era il 30 luglio 2019. Valeria stava tornando con Paolo da una giornata con gli amici, sulla Kawasaki, sulla statale tra Colfiorito e Foligno. All’uscita di una galleria una luce li prese in pieno. La moto scivolò sotto il guardrail. Paolo non c’è più. A Valeria il paletto tranciò un braccio. Una gamba pendeva da un pezzetto di pelle.
In televisione, a Report, Valeria non urlava,non accusava, disse una cosa sola, con quella voce di chi ha già esaurito le lacrime: pensava che il guardrail desse sicurezza.
Oggi Valeria fa trekking. Con una protesi e una stampella. Non ha vinto medaglie, non ha fondato niente. Ha semplicemente scelto di non smettere di seguire la sua passione su un sentiero.
Non è incoscienza, tantomeno non è coraggio nel senso in cui si usa quella parola sui manifesti.

Quello che si perde quando si smette davvero
Non perdi solo un’abitudine, quando smetti di guidare. Perdi un modo di stare al mondo.
La moto richiede presenza totale: non puoi essere in curva e pensare al lavoro, ai soldi, a quello che non va. Quella presenza ha un prezzo, e ha un dono. Il dono è che per un po’, anche solo per cinquanta chilometri, i pensieri si ordinano da soli, il rumore si dissolve, e resti tu con la strada.
Quando quella presenza ti manca, per qualunque ragione, non sai subito cosa hai perso.Te ne accorgi dopo, nelle mattine in cui le chiavi sono appese al gancio e non le tocchi. Non perché non vuoi, ma perché qualcosa, dentro o fuori, ti ha tolto anche solo la possibilità di pensarci.
Ho vissuto anch’io queste mattine. Non per un incidente fisico: per anni in cui il lavoro aveva preso tutto lo spazio, in cui i raduni, le partenze, i weekend con gli amici erano diventati qualcosa che rimandavo. La moto era ancora lì, la usavo, ma non era più quello che era stata. Era diventata un mezzo. E io non ero più il motociclista che ero.
Poi la moto rimase ferma in officina per quasi due anni, per un problema meccanico che nessuno riusciva a risolvere. Rassegnazione: questa è la parola giusta. Non drammatica, non urlata; silenziosa. Quella rassegnazione di chi guarda qualcosa che ama sapendo di non poterci fare niente, e smette di guardarla perché fa meno male.
Tornare in sella non è riprendere da dove si era rimasti
Quando finalmente ripresi la moto e percorsi quei primi chilometri, capii una cosa che non avevo previsto: tornare in sella non è riprendere da dove si era rimasti.
Sei cambiato tu, nel frattempo. E tornare in sella dopo anni, non è come se il tempo non fosse passato, ma è come incontrare una persona che conoscevi bene dopo molto tempo: tutto uguale, tutto diverso.
Milanese descrive questo nel suo libro con la semplicità di chi ha già attraversato il fondo. Non cerca la retorica della rinascita; racconta che con il giusto supporto tecnico, umano e mentale, certe frasi che sembravano definitive non lo sono. Non ha più l’uso del braccio: la moto è diventata l’estensione di quella parte che manca, che non funziona. Non la sostituisce, la completa in modo diverso, ridisegna i confini di quello che è possibile.
Malagoli scrive che lui, dopo l’incidente, smise di focalizzarsi sulla gamba che mancava e cominciò a concentrarsi su quello che aveva, sul fatto che respirava, che era vivo. Un cambio di prospettiva solo all’apparenza semplice, abbastanza tipico in chi è andato vicino a perdere tutto e ha quindi iniziato ad amare quello che resta con una precisione nuova.

Non eroi. Esempi.
È qualcosa che non ha un nome facile, qualcosa che mi chiedo ogni volta che ci penso: perché la strada che ti ha tolto qualcosa è ancora quella che cerchi?
Sull’Isola di Man corrono piloti che hanno già lasciato pezzi di sé su quel circuito. Cadute, fratture, operazioni. Eppure sono lì ogni anno, dentro una tuta, su strade che segnano il confine tra la velocità e il nulla. Non perché non abbiano paura; perché senza quella tuta, senza quel circuito, manca qualcosa di più grande di quello che il circuito ha già tolto.
Questa cosa non si spiega. E forse non si deve spiegare.
Se provi a razionalizzare la passione, la trasformi in un calcolo.E un calcolo non basta a farti risalire su una moto dopo che la moto ti ha fatto del male, non basta a farti rimettere gli scarponi dopo che un sentiero ti ha tolto la gamba, non basta a niente di quello che conta davvero nella vita.
Il concetto che ho trovato, il messaggio che leggo è che gli sportivi disabili possano essere di esempio anche per chi non ha disabilità, affinché tutti possano amare la vita, credere in sé stessi, dare il massimo. Non eroi ma esempi. La differenza è che l’eroe ti salva dall’alto;l’esempio cammina accanto a te, alla tua stessa altezza, e ti mostra che la strada esiste.
Milanese ha scritto cinquantasette pagine per dire questo. Non con la voce di chi ha vinto qualcosa di straordinario, ma con la voce di chi ha perso qualcosa, ha guardato quello che restava e ha deciso che bastava per continuare.
Bastava per tornare in sella.
“Le mie dueruote” di Albert Milanese è su Amazon. Cinquantasette pagine, venti euro. Non è un libro sull’eroismo. È un libro sul permesso che ci diamo, o non ci diamo, di continuare a essere chi siamo.








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