Overtourism e il campanaccio: di chi è la colpa?

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overtourism e il campanaccio - Montagna e moto con rumore
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C’è un suono che in montagna esiste da prima che esistesse il turismo. È il campanaccio di una mucca al pascolo, un rintocco irregolare che segue il passo dell’animale, senza ritmo e neanche melodia, è solo un rumore che dice che qui c’è vita, qui c’è lavoro.

A Serina, in Val Brembana, qualche turista ha fatto le valigie prima del previsto perché quel suono non lo lasciava dormire. Il sindaco, Michele Villarboito, ha risposto con una battuta che vale più di mille comunicati: non posso firmare un’ordinanza per silenziare la natura, né mettere le mucche in modalità silenziosa. Ha aggiunto che il campanaccio e il profumo del pascolo sono inclusi nel prezzo del soggiorno.

Il caso Serina non riguarda le mucche

Questo non è un articolo sulle mucche.È un articolo su cosa siamo diventati come ospiti di un territorio che non ci appartiene.

Chi va in montagna e si lamenta del campanaccio non sta chiedendo silenzio ma pretende che la montagna smetta di essere montagna per qualche settimana all’anno, giusto il tempo delle sue ferie. Vuole i prati nella foto e il nulla nell’audio. Vuole l’idea di un luogo senza doverne accettare la sostanza.

E qui la domanda che mi faccio è semplice: se il rumore vero di un pascolo gli disturba così tanto, cosa pensavano di trovare, esattamente, quando hanno prenotato?

Overtourism in montagna

Overtourism contro campanaccio: non è un problema di numeri

Per anni ho letto l’overtourism come un fenomeno di quantità: troppe persone, troppi pullman, troppe infrastrutture sotto sforzo, tanto che neho parlato in un altro articolo. Codesta però è la parte visibile.La parte su cui non facciamo caso, conta di più è un’altra: overtourism è la distanza tra quello che un luogo promette sui social e quello che un luogo è davvero.

Gli studiosi che si occupano di turismo la chiamano soglia di sopportazione psicologica, sociale e ambientale. Io la chiamo più semplicemente:aspettativa fabbricata altrove, pagata da chi il luogo lo vive tutto l’anno.

Ho letto una volta un’analisi sull’overtourism che diceva una cosa che non riuscivo a togliermi dalla testa: i social non creano il desiderio di viaggiare, lo indirizzano. Migliaia di persone diverse, con vite diverse, finiscono a desiderare lo stesso identico scatto, nello stesso identico punto, con la stessa identica luce. Non è più un luogo. È una challenge condivisa da chi non si conosce.

L’algoritmo non racconta la fatica

Chi segue un influencer non segue quasi mai il luogo. Segue la persona, il suo tono, la promessa implicita che se prenoti anche tu quella stessa camera con vista, proverai anche tu quella stessa pace. E omette cose come il Campanaccio, la salita di quaranta minuti prima del panorama. Normalmente i percorsi sono tutti per tutti, che strano.

La montagna raccontata dai social è sempre in posa, patinata, elegante. Ma la montagna vera respira, muggisce, puzza di letame a tratti, e non ha il tasto pausa.

Mi è capitato spesso, fermando la moto su di un passo per bere un caffè, di ascoltare due turisti che confrontavano il posto con la foto vista su Instagram, verificando il paesaggio davanti a loro corrispondesse a quello del post. Ovviamente ho riso quando si sono sentiti presi per i fondelli.

Il rumore vero e quello finto

Vi è mai capitato di accorgervi che un rumore vi dà fastidio solo perché non lo riconoscete più? Io in moto lo sento spesso il silenzio della montagna, quando lo spengo il motore e non è mai silenzio assoluto. È vento tra gli abeti, è un torrente lontano, è un campanaccio, appunto. È un rumore che ha una ragione d’esistere prima di te e continuerà ad esistere dopo che te ne sarai andato.

Chi arriva da una vita fatta di clacson, sirene, auto e camion sotto casa e poi si lamenta di una mucca, non sta reagendo al decibel. Sta reagendo al fatto che quel suono non lo controlla, non lo può disattivare, non è previsto nel pacchetto vacanza che ha comprato online.

Ed è un paradosso che tocca anche noi motociclisti, e sarebbe disonesto fingere il contrario: anche il rombo di uno scarico aperto che sale su nelle montagne, disturba allo stesso modo di un campanaccio che non si è scelto di sentire. Ero qualche giorno fa sul sentiero dei Grandi Alberi, direzione Rifugio Battisti. In lontananza i rumori di una gara in una pista di motocross, ben udibile con annesso l’altoparlante dello speaker. Era fastidioso perché quel rumore non era parte del luoghi che stavo attraversando, e di tutta la natura circostante.

La Provincia di Bolzano ha già vietato raduni e manifestazioni motoristiche organizzate sulle strade più alte e nelle zone protette. Non il traffico privato, per ora. Ma il principio resta: la quota non è un circuito, e chi la attraversa è ospite, non protagonista.

Campanaccio, mucche e motocross,

Cosa cerco io, quando parcheggio la moto a un passo

Quando arrivo in cima a un passo, o sul luogo dove decido di fermarmi, lungo la strada che sale sulle cime o attraversa valli, io spengo il motore, tolgo il casco, e resto un minuto fermo prima di fare qualsiasi altra cosa.

Poi scendo, mi tolgo i pantaloni tecnici e stivaletti. Sotto ai pantaloni tecnici ho i pantaloncini corti e nel baule scarpe per camminare. E seguo il sentiero, il percorso camminando in ascolto della natura. Con i campanaccio che suona lontano, gli uccelli che cantano, le fronde che si scuotono. E sento anche me stesso con la fatica del passo, il fiato corto, i piedi come poggiano.

Questo è il punto che nessun reel racconterà mai: la montagna non si consuma, si attraversa.E attraversarla vuol dire accettarne anche il campanaccio alle tre di notte, il temporale che arriva senza preavviso, la fatica che non è prevista nello scenario del post sui social.

Se cerchi il silenzio artificiale, prenota una spa. Se scegli la montagna, tienti anche la sua voce.

Autore

  • Maxmoto

    Massimo — Maxmoto since 1975
    Sono in sella dal 1990, da un Aprilia SR50  trasformato in officina. Poi un 125 fino alla BMW K1600GT con sei cilindri in linea che risponde come risponde un vecchio amico. Nel mezzo: una Honda CBF 600, una Yamaha FJR 1300 con oltre 225.000 km insieme, curve alpine, passi dolomitici, la Sardegna, la pioggia, il freddo alle caviglie e tutto ciò che sta in mezzo. Oltre 400.000km
    Negli anni ho seguito diversi gruppi e associazioni che si occupano di sicurezza stradale, di sensibilizzazione sui sistemi di sicurezza e di un abbigliamento adeguato alla guida in moto.
    Scrivo di moto-terapia perché l'ho vissuta prima di darle un nome. Se sei arrivato fin qui, probabilmente sai già di cosa parlo.
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Maxmoto, Motociclista per Stile di Vita

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One response

  1. Ciao Max e complimenti ancora per le tue riflessioni. Oramai le persone sono sempre più infastidite e arroganti, forse lo fanno senza accorgersene, ma di sicuro non mettono a proprio agio chi ci sta intorno creando attrito e malumori. Io con il mio lavoro “gestisco un centro assistenza Tecnica elettrodomestici” quindi di lamentele ne so qualcosa…. la Montagna va vissuta, respirata e rispettata al 100×100.

    A presto! Andrea Favaro.

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