Ho acceso il motore alle sette di mattina. Cellulare in tasca, non sul supporto. Navigatore spento. Non avevo intenzione di seguire un percorso. Volevo solo andare, guidare in moto senza smartphone.
E già questo, nel 2025, è diventato quasi un atto di resistenza.
C’è un testo anonimo che circola nei gruppi moto da anni, senza autore, senza data. Qualcuno lo ha scritto di getto, qualcuno lo ha copiato, qualcuno lo ha condiviso, e adesso è ovunque e da nessuna parte. Parla di moto usate davvero, di fermarsi sui muretti di pietra caldi al sole, di chiedere un panino all’alimentari del paese, di entrare nelle chiese di campagna che nessuno visita più. Di lasciare che la moto invecchi con te senza lucidarla ogni giorno. Di perdersi, nel senso letterale: prendere una strada senza sapere dove porta.
Non importa chi lo ha scritto. Importa che descrive una cosa che tutti riconoscono e quasi nessuno fa più.
Ci siamo abituati a documentare invece di vivere. A interrompere il momento per catturarlo. A guardare il paesaggio attraverso uno schermo da quattro pollici mentre ci sfila davanti a settanta all’ora. Poi pubblichiamo e aspettiamo i like, e i like arrivano, e ci sentiamo soddisfatti di qualcosa che in realtà non abbiamo ancora finito di digerire.
Anch’io lo faccio, sia chiaro. Non mi voglio dipingere come l’eremita della statale. Ho la mia insta360, monto i video, condivido. Ma lo faccio dopo, a casa, quando il viaggio è già sedimentato dentro. Quando so già cosa è stato, cosa mi ha lasciato, se valeva la pena raccontarlo. Quello che pubblico è il racconto di qualcosa che ho già vissuto fino in fondo, non la prova in diretta che stavo vivendo qualcosa.
La differenza non è piccola.

Una volta raccontavamo sui forum. Si tornava a casa, si lasciava passare la sera, si apriva il PC e si scriveva con calma. Cose vere, non filtrate dall’adrenalina del momento. Capitava di tornare su un’uscita che pareva normale e accorgersi, scrivendola, che non era normale per niente.
I social hanno accelerato tutto questo fino a renderlo istantaneo. E l’istantaneo, quasi sempre, è superficiale.
Di questo parlerò più avanti in un articolo dedicato, perché il tema è più largo di quanto sembri e merita spazio: cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso quando iforum sono diventati gruppi Facebook, quando la discussione è diventata reazione, quando il racconto è diventato storia di Instagram che scompare dopo ventiquattr’ore.
Spegnere il Navigatore, nascondere lo smartphone, accendere il cuore elasciarsi guidare dal bambinodentro di noi.
Per ora mi fermo qui, con un’immagine che il testo anonimo porta alla fine e che non riesco a togliermi dalla testa:Quel sorriso da ebeti, dice. Lo stesso che ci veniva da bambini quando facevamo la cavolata in bicicletta e sapevamo già che le avremmo prese.
Ecco. Quello. Quella faccia lì.
Vi è mai capitato di tornare da un giro con quella faccia e non avere nessuna foto da mostrare?
Se sì, avete capito di cosa sto parlando.








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