Quando la Sardegna non è una destinazione ma un ritorno
Ci sono viaggi in moto che si preparano per mesi. Mappe aperte, itinerari studiati, prenotazioni fatte con anticipo. E poi ci sono quelli che arrivano in silenzio, una sera qualunque di dicembre, davanti a un computer acceso dopo una giornata di lavoro. Quel viaggio in moto in Sardegna era iniziato così.
Senza proclami. Senza entusiasmo da cartolina. Solo con un pensiero che tornava sempre lì.
La Sardegna.
Non era una meta turistica. Era la terra dove era nata mia madre. E l’ultima volta che ci sono stato era il 2021, ma non ero davvero presente. C’ero stato fisicamente, ma non con il cuore, era troppo presto, era ancora troppo vicino al dolore della perdita di mia madre 9 mesi prima. Non avevo incontrato nemmeno l’ultima sorella rimasta. Non avevo camminato per Santu Lussurgiu con lo sguardo di chi vuole capire, vivere, ascoltare.
A dicembre 2025 invece sono partito per scelta. Sono partito per cercare.

Preparare un viaggio in moto verso le proprie radici
La moto l’avevo preparata nel modo più semplice possibile. Due borse laterali: una con vestiti, scarpe, l’essenziale.
Nell’altra il drone e l’actioncam, perché volevo raccontare, ma senza trasformare tutto in un set cinematografico. Poi il computer per poter fare qualcosa di lavoro da remoto, perché partivo per respirare, ma la vita non si spegne. Si integra.
Una settimana prima avevo deciso tutto. Avevo aperto il sito dei traghetti per la Sardegna una sera tardi, guardavo gli orari come si guarda una porta che sai di dover attraversare prima o poi. Ma soprattutto cosa potevo trovare di disponibile per dormire, dato che quei luoghi sono fatti più per l’estate. Ad ogni modo, non cercavo il prezzo migliore, cercavo il momento giusto, il luogo perfetto per vivere i luoghi non da turista. Perché non stavo scegliendo una destinazione, ma forse un origine, un punto di partenza. Sentivo che quel viaggio in moto in Sardegna non era la meta. Era l’inizio di qualcosa che ancora non avevo il coraggio di scrivere.
Quando ho fissato la nave e dove fermarmi a dormire, ho contattato i miei cugini, ho avvisato il mio arrivo sull’sola nel breve tempo. Forse sono anche rimasti un poco spiazzati. La mia ultima zia rimasta, l’ultima sorella di mia madre, pensavo a lei, se sarebbe stato possibile vederla e salutarla. “Non sta bene Massimo, non so se sia il caso.” Cosi mi rispose mia cugina alla mia speranza.
La partenza è a Livorno, e la traversata tranquilla a livello di mare, ma non fisico, a causa di un dente del giudizio che ha deciso di tormentarmi tutta la notte. Allo sbarco a Olbia gli antidolorifici avevano fatto il loro dovere e posso viaggiare verso Cabras senza noie, a parte il cielo nuvoloso, l’aria nebbiosa e umida. Giungo al B&B, “Domo la Laguna“. Mi ha dato subito serenità. Giorgia, la proprietaria, è stata premurosa quando gli ho detto del problema del dente, mi ha dato subito alcuni contatti a cui potevo rivolgermi. Questo arrivo mi ha fatto subito sentire a casa, in una terra che è mia.
Santu Lussurgiu, Montiferru e i ricordi che non sapevo di avere
Continuavo a pensare a Santu Lussurgiu, nel Montiferru, in provincia di Oristano. Un nome che avevo pronunciato per anni senza averlo mai davvero attraversato. In totale quel paese l’ho visto 3 volte in 20 anni. Troppo poco. Poi, appunto visto, non vissuto.
Avevo iniziato a fare qualche ricerca prima di partire. A leggere della sua storia, delle case in pietra, delle strade strette, adagiato all’interno di una vecchia caldera di un vulcano. Tra i ricordi dei suoi racconti e ciò che leggevo, mi immaginavo quel paese negli anni in cui nacque mia madre, tra il ’35 e il ’45, quando il mondo bruciava e lì si viveva di terra, di animali. Un paese di cavalli lanciati in corsa, di fabbri e coltellai, di carbone, telai, e il martellare del ferro battuto. Durante la guerra, lontano dai grandi fronti ma non dalle fatiche, Santu Lussurgiu resisteva così. E in quelle strade strette ho sentito che non stavo cercando solo un luogo, ma un tempo che mi apparteneva ancora.
Entrando in paese lungo il viale principale che attraversa il paese, c’era un luogo, una casa che non ricordavo fosse li su quella via. Mia cugina mi rammenta nei messaggi scambiati che ci sono passato davanti: la casa di una zia di mia madre.
Era la zia che spediva a casa nostra a Prato, il formaggio che faceva : Su Casizolu. Ricordo ancora quei pacchi che arrivavano, l’odore che usciva appena si apriva la scatola, la novità di un formaggio che non vedevamo mai nelle botteghe vicino casa. Li dentro c’era un pezzo di Sardegna. E quando smise di farlo, si perse un filo diretto a quei luoghi di origine.
Insomma, quella casa oggi è diventata un B&B. Ricordo quando ci entrai tanti anni fa, forse era appena iniziato il 2000, questa vecchietta che mi regalò non ricordo neanche cosa, per me e mia madre, da portare a Prato per salutarla. Ricordo solo che disse quando andai via “tanto ora chiamo tua mamma, cosi gli dico che sei passato”.
Oggi è una casa ben sistemata, un B&B con una pizzeria anche. E ho pensato che forse, quando tornerò, potrei fermarmi proprio lì. Dormire in quelle stanze. Cercare tra quei muri quelle sensazioni e pochi ricordi di quell’attimo fugace.
Le strade della Sardegna in moto: non curve, ma domande

A dicembre le strade della Sardegna erano diverse. Più silenziose, umide, sporche dei trattori che lasciano il fango sull’asfalto mentre escono dai campi. E verde.
Il profumo che entrava nel casco quando alzavo leggermente la visiera era della terra bagnata, non del mirto che d’estate mi travolge. Le curve del Montiferru non chiedevano velocità. Chiedevano rispetto, calma, osservazione. Aveva piovuto pochi giorni prima, ancora la strada presentava tracce dello scorrere dei rivoli che trascinavano ghiaia e terra. E quell’andamento lento mi dava il ritmo giusto dei pensieri, dello scrutare dentro e fuori.
Da Santu Lussurgiu a Oristano, quegli abbracci che mancavano da troppo tempo. Cosa ho sentito? Cosa mi hanno ridato?
Questo è solo il primo capitolo
Questo è il primo capitolo: la partenza, l’idea, il ritorno alle radici. E poi c’è stata Is Arutas, una spiaggia che non avevo mai visto d’inverno, che ha collegato il tutto un una visuale diversa, come il volo dall’alto di un gabbiano.
Ti aspetto al prossimo capitolo.L’incontro non avvenuto, il silenzio del quarzo.








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