Il viaggio verso il continente. Il sole, la strada, il richiamo
Civitavecchia Rocca Sinibalda in moto: è così che si chiude il capitolo quattro di questo Viaggio di Riscoperta.C’è il viaggio che inizia con un biglietto e finisce con uno sbarco, ma questo non è finito, parte ora che sono arrivato.
Lasciata alle spalle Cagliari,la nave taglia il Tirreno nella notte e io resto sospeso tra due rive: la Sardegna che mi ha rimesso davanti a ciò che sono stato, e la terraferma che mi aspetta con ciò che sono diventato. Quando quando di prima mattina attracco a Civitavecchia, il sole è sfacciato, luminoso come non era stato nei giorni precedenti. Quasi a farmi dispetto. Quasi a dirmi:adesso guarda bene. E io lo guardo e gli rispondo:“Il viaggio non si ferma qua. Non punto verso casa. Non ancora.”

Avevo programmato tutto nei minimi dettagli. Stavolta sembra che niente possa impedire di svolgere tutto secondo i piani. Avevo appunto scelto di sbarcare lì a Civitavecchia invece che a Olbia per un motivo preciso: il gruppo di Roma. I motociclisti con cui ho condiviso anni di curve, di risate, di piatti fumanti dopo chilometri macinati senza pensarci troppo. Come ogni anno organizzano il pranzo di auguri per le festività di Natale imminenti, un occasione per unire anche le famiglie e passare del tempo assieme. Quest’anno avevano scelto un ristorante a Rocca Sinibalda, circa un paio d’ore dal porto di Civitavecchia.
Dal porto imbocco l’autostrada in direzione Roma, salgo sul raccordo anulare. È sabato mattina e Roma sembra concedermi strada, niente caos, niente clacson isterici. Solo asfalto che scorre sotto le ruote e un’est che mi chiama. Lascio l’autostrada e mi infilo sulla Salaria, che non percorrevo da anni. I paesi si susseguono, familiari eppure leggermente cambiati.
Sono a pochi minuti di viaggio dal paesequindi decido di attaccare l’action-cam per le ultime riprese, e alla ripartenza, poco prima di un incrocio dove svoltare, sulla sinistra,si manifesta la rocca. Improvvisa, possente, come una pinna di pietra che emerge dal fondovalle. Stretta e lunga come una nave incagliata nel tempo.Rocca Sinibaldaappare così: non la cerchi, ti sorprende.
Parcheggio, vedo il ristorante davanti a me, faccio un paio di giri tra le stradine fino a sotto la rocca, giro intorno a tutto il paese e sopra di me i bastioni della rocca svettano nel cielo azzurro. Faccio decollare il drone, ed ecco la sua maestosità:
Quelli de na Vorta. Moto, Tavola e Presenza
Ecco che arrivano i motociclisti, gli amici, dal Lazio all’Abruzzo, tutti assieme.Arriva il rumore delle pacche sulle spalle, delle battute che non hanno bisogno di spiegazioni e delle risate inconfondibili che creano. La distanza, quei cinquecento chilometri che oggi pesano più di un tempo, per qualche ora si dimenticano. Da Vicenza il viaggio non è più così semplice, partire la mattina e tornare la sera con unito un motogiro, come facevo un tempo partendo da Prato, è complicato. La vita si è fatta più piena, più organizzata, più adulta. Eppure seduti a quel tavolo torniamo immediatamente quelli di sempre. La leggerezza è la stessa. La profondità, anche.
C’è una calma diversa, forse. Una lentezza buona. Nessuna fretta di dimostrare qualcosa.Si mangia, si ride, si scherza sul tempo che passa. Qui ci sono età che per chi non va in moto può stupirsi, non comprendere, considerare qualcosa di incosciente o impossibile. Eppure, come dico sempre, in moto non si invecchia davvero,si invecchia quando si smette di andare in moto.
E com’è quel detto: A Tavola non si Invecchia?Ecco, pensate che i motociclisti hanno un connubio perfetto, ed èMoto e Tavola. Si, perché per lo più il giro in moto è contornato, o ha l’obiettivo, di giungere nel luogo ed entrare in quel ristorante, osteria, trattoria tipica della zona. Ripenso alle nostre “sparate” di un tempo: chilometri di curve e poi, immancabile, un piatto di tagliatelle al ragù di cinghiale, una Amatriciana proprio ad Amatrice, un piatto di salumi e formaggi a Norcia, una bistecca fiorentina nel Chianti, con quella costatazione senza tempo: “Ah Macse! Magnato Troppo….. ma er dorce, ce starebbe bbene!!”
E tutto questo è sempre condiviso con l’avidità di chi ha fame di strada e di compagnia. Niente imprese eroiche. Niente trofei. Solo l’essenza.

E forse è proprio questo il punto, non serve fare qualcosa di straordinario per sentirsi vivi, serve sentire straordinario ciò che fai.
Nel viaggio in Sardegna avevo rincorso luoghi, persone, aspettative.Alcuni incontri realizzati di corsa, altri mancati, altri ancora sospesi in un “la prossima volta con più calma”. E quel “c’è tempo” ripetuto dentro di me aveva iniziato a suonare come una scusa. Seduto a questo tavolo, invece, il tempo non era un nemico. Era un compagno silenzioso. Mi mostrava ciò che avevo saputo custodire, questo legame, e ciò che avevo lasciato un po’ sfilacciare altrove. Non avevo perso del tutto la cura: con loro ho sempre continuato a scrivermi, a ridere nel gruppo WhatsApp “quelli de na vorta”, a tener viva una fiamma digitale. Ma quante volte ho dato per scontato che bastasse? Che tanto “ci rivediamo”?
È facile oggi restare in contatto, ma è più difficile restare presenti.
Ripartire Dentro. Il Tempo Non Si Conserva
Dopo pranzo, la solita sonnolenza mi accarezza. Devo decidere: un viaggio 550 chilometri fino a casa o una tappa intermedia a Prato. Non è la fatica che mi spaventa. È la consapevolezza che qualcosa, dentro, si è appena riallineato. Ho cinquant’anni, anzi oggi che è marzo 2026 vado per i cinquantuno, e iltempo non corre: vola.
Per anni ho pensato che lacomfort zone fosse una trappola. Oggi la vedo come un approdo. Se sto bene a fare certe cose, se quelle abitudini mi nutrono, se non mi generano rimpianti ma radici, perché dovrei vergognarmene? Perché dovrei inseguire l’eccezionale a tutti i costi, quando il senso è già lì, nelle cose che so amare? La vera domanda non è se uscire dalla comfort zone ma è:sto vivendo ciò che mi rende vivo?Quel pranzo non è stato solo un ritrovo. È stato uno specchio e mi ha mostrato che non tutto va reinventato. Che alcune parti di noi vanno semplicemente onorate, curate, frequentate e che non possiamo rimandare all’infinito una telefonata, un viaggio, un abbraccio, contando su un tempo che non ci deve nulla.
Perché a volte ciò che mancherà, d’improvviso, non sarà il tempo: sarà l’occasione.
Riparto nel pomeriggio con il casco allacciato e una consapevolezza nuova: i viaggi non servono a cambiare vita. Servono a ricordarti qual è la tua. Questa tappa chiude i capitoli sardi, ma non chiude il cammino: lo apre.

Non so quante altre Salaria percorrerò, non so quanti altri pranzi prima di Natale ci saranno.
So però chenon voglio più affidarmi al “c’è tempo”come a un’assicurazione gratuita. Il tempo non si conserva, si attraversa.








2 Responses
Grande Max, belle rievocazioni e poi ti si legge piacevolmente.Parli del tempo e delle occasioni che , avendo qualche annetto più di te, sono argomenti che sento in modo particolare.😊
Grazie Sergio!!!